Crisi dell’ordine globale: l’importanza del mercato e delle istituzioni

L’intervento Vittorio Maria Parsi al Festival della Mente di Sarzana ha invitato a non sottovalutare l’importanza degli ideali. «Abbiamo ereditato un’Europa in cui Paesi che per secoli si erano combattuti sono diventati partner e alleati»

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Il mercato internazionale, come spazio alternativo alla competizione basata sulla potenza, e le istituzioni, in grado di limitare l’arbitrio degli Stati, sono i due pilastri su cui si fonda l’ordine liberale che, anche se imperfetto, è stato il più efficace nel garantire cooperazione, prevedibilità e crescita.

Vittorio Emanuele Parsi con la conferenza “Fuoco e ordine internazionale” ha chiuso domenica 6 settembre in piazza Matteotti a Sarzana, la 23esima edizione del Festival della Mente.

Riportiamo alcuni passaggi del suo intervento che ha preso il via dal peso e dall’importanza degli ideali.

È evidente che il fuoco degli assedi e delle battaglie determina il crollo degli ordini esistenti e la nascita di nuovi assetti, più o meno stabili. Ma c’è un aspetto che tendiamo a sottovalutare, la componente delle idee, schiacciati da una realtà nella quale i fatti sembrano avere una forza devastante e nella quale si tende a semplificare. Anche termini come “ideologia” sono diventati sospetti, quasi fossero qualcosa di superato o negativo, ma le ideologie non sono altro che principi e valori tradotti in azione politica.

Stiamo sottovalutando il peso delle idee e degli ideali, considerandoli qualcosa di adatto ai libri, alle anime belle, invece che riconoscere che rappresentano una delle principali forze che orientano l’azione umana. Nessuno è disposto a mettere in gioco la propria vita per un interesse puramente materiale.

L’analisi si è concentrata sulle guerre costituenti, ovvero sufficientemente ampie da costituire un nuovo ordine internazionale.

La guerra può distruggere un ordine, ma non è sufficiente da sola a costruirne uno nuovo. Occorre che esistano idee, principi e valori in grado di dare forma al sistema che nascerà sopra le sue macerie, nonostante le sue macerie.

La Pace di Vestfalia del 1648 costituì una tappa fondamentale nella formazione del moderno sistema degli Stati e contribuì allo sviluppo del principio di sovranità statale. Il Congresso di Vienna del 1815, portò alla costruzione di un nuovo ordine internazionale europeo, fondato sul principio dell’equilibrio tra le grandi potenze. Il Trattato di Versailles del 1919 istituì, attraverso il Patto della Società delle Nazioni, un sistema di cooperazione internazionale e di sicurezza collettiva, introducendo limiti al ricorso alla guerra e promuovendo la soluzione pacifica delle controversie. La Carta di San Francisco del 1945 istituì le Nazioni Unite. Alla base di tutto c’è un’idea molto semplice, la centralità dell’essere umano. La vita del singolo individuo, con la sua irripetibilità, che deve essere protetta.

Parsi si è soffermato poi su un’altra intuizione del pensiero liberale: il ruolo del commercio e dello scambio, richiamando l’idea della “mano invisibile” di Adam Smith

Gli individui perseguono il proprio interesse materiale. Il mercato permette agli interessi individuali di incontrarsi attraverso lo scambio. Se le persone possono ottenere vantaggi attraverso il commercio, hanno meno incentivo a ricorrere alla forza per ottenere ciò che desiderano. La celebre idea secondo cui “dove passano le merci non passano gli eserciti” è certamente troppo semplice, ma contiene un’intuizione importante dalla quale deriva l’idea di costruire un mercato internazionale privo di barriere, nel quale le differenze di potere politico non determinino necessariamente i rapporti economici. Le relazioni economiche possono diventare così uno spazio relativamente autonomo rispetto alle relazioni di potenza. Il punto decisivo è spostare l’attenzione dalle grandi strategie delle potenze agli interessi delle persone comuni.

Ma il mercato, da solo, non basta, la seconda grande intuizione è quella delle istituzioni.

Sono strumenti creati dagli uomini che, una volta costituite, possono acquisire una certa autonomia rispetto agli interessi immediati dei singoli attori. La loro funzione fondamentale è creare aspettative condivise e regole del gioco. Una volta che tutti sanno che determinate regole esistono, anche chi vorrebbe aggirarle deve tenerne conto. Le istituzioni, rendono possibile una cooperazione che altrimenti sarebbe molto più difficile.

Tre generazioni cresciute in pace, ma non è per sempre.

Abbiamo ereditato qualcosa di straordinario, un’Europa in cui Paesi che per secoli si erano combattuti sono diventati partner, alleati e cittadini di una stessa costruzione politica. Quell’ordine non è garantito per sempre. Se le condizioni che hanno permesso di costruirlo stanno venendo meno, dobbiamo chiederci che cosa vogliamo fare per proteggerlo. Non si tratta soltanto di difendere l’Unione Europea come istituzione. Si tratta di difendere le condizioni che hanno reso possibile una vita politica fondata sulla cooperazione, sulla libertà, sul diritto e sulla limitazione della forza.

Il punto centrale

La questione non è soltanto capire quanto sia cambiato il mondo intorno a noi. È capire che cosa possiamo e dobbiamo fare per preservare le condizioni che ci hanno garantito decenni di pace e prosperità. Possiamo anche immaginare di trasformare l’Unione Europea e di costruirla su principi diversi da quelli originari, ma questi principi devono comunque essere compatibili con l’idea stessa di unione.

Il principio del “prima io”, della pura convenienza nazionale e della logica transazionale, trattare ogni rapporto internazionale come una semplice contrattazione tra interessi, rende molto difficile costruire un’unione politica. Sostenere oggi il sistema internazionale e le istituzioni che lo rappresentano è molto più difficile di quanto fosse soltanto vent’anni fa, ma proprio per questo la battaglia è diventata più importante. La questione non è soltanto stabilire chi abbia torto o ragione tra i diversi protagonisti della politica internazionale. La questione è capire se vogliamo continuare a vivere in un mondo nel quale la forza è sottoposta, per quanto possibile, a regole, istituzioni e limiti. Oppure se vogliamo accettare il ritorno a un mondo nel quale la guerra torna a essere il principale strumento attraverso cui gli Stati regolano i propri rapporti.

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