La space economy italiana diventa filiera industriale Investiti trecento milioni

Il settore Presentato l’accordo biennale tra Intesa Sanpaolo, Bei ed Esa Attenzione a sistemi satellitari, infrastrutture e sviluppo su mercati esteri

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Trecento milioni per le Pmi dell’aerospazio indicano la direzione nella quale si stanno indirizzando i nuovi investimenti. L’accordo biennale tra Intesa Sanpaolo, Bei ed Esa, presentato a Torino, si inserisce in una fase in cui la space economy italiana esce dalla dimensione della promessa e assume quella di filiera industriale strutturata, con necessità di capitale, innovazione e internazionalizzazione. L’obiettivo è sostenere gli investimenti delle Pmi dell’aerospazio, con particolare attenzione a sistemi satellitari, infrastrutture spaziali e sviluppo sui mercati esteri.

Il punto, però, non è soltanto finanziario. Nel corso dell’evento Gregorio De Felice, Chief Economist di Intesa Sanpaolo, ha offerto una lettura più ampia del comparto. «Dobbiamo distinguere tra space economy e attività aerospaziale», ha esordito, perché il perimetro della prima non coincide con la sola produzione di vettori. La space economy comprende anche satelliti, sistemi di lancio, servizi di analisi e dati, oltre alla ricerca e sviluppo. «È una realtà molto variegata», ha aggiunto, chiarendo che proprio questa varietà rende difficile una quantificazione precisa del settore.

La precisazione è rilevante perché il dibattito sulla space economy rischia spesso di restare generico. De Felice ha invece insistito sul fatto che si tratta di un ecosistema che tocca attività produttive diverse e produce ricadute trasversali. Nel suo ragionamento, lo spazio è un’infrastruttura abilitante per molti altri segmenti dell’economia: logistica, telecomunicazioni, dati, sicurezza, agricoltura. È una lettura che sposta l’attenzione dal fascino tecnologico alla funzione economica.

I numeri lo confermano. Secondo la nota Istat, nel 2021 le imprese incluse nel perimetro dell’economia dello spazio hanno generato 8 miliardi di euro di produzione, con oltre 23 mila addetti, 2 miliardi di valore aggiunto, 0,6 miliardi di investimenti in ricerca e sviluppo e 2,1 miliardi di esportazioni. La produttività del lavoro è risultata del 65% superiore a quella delle unità non space, mentre nell’upstream la quota di ricerca e sviluppo sulla produzione ha raggiunto il 6,1%, contro il 2,6% del resto dell’economia italiana.

In un settore nuovo e articolato, la misurazione è già una forma di politica industriale, perché consente di capire dove si concentra il valore e dove si annida la fragilità.

La filiera mappata da Intesa Sanpaolo conta 530 imprese clienti, distribuite tra servizi ICT, lavorazione dei metalli, elettronica ed elettrotecnica. «Ancora una volta è una caratteristica dell’Italia quella di avere una grande varietà», ha osservato De Felice, collegando la pluralità delle competenze alla tradizione manifatturiera nazionale. Ma la varietà, da sola, non basta: nell’insieme delle imprese individuate, ha spiegato, una quota molto ampia è di piccole dimensioni e nel campo della ricerca e sviluppo il 94% è composto da realtà contenute. Da qui la conclusione: servono credito, rafforzamento patrimoniale e capacità di crescita. Il tema dimensionale è centrale anche da un punto di vista competitivo. Gregorio De Felice ha sottolineato che circa un quarto delle imprese mappate detiene brevetti, una quota pari a due volte e mezzo la media del manifatturiero italiano, dove le imprese con brevetti sono circa il 10%. Il dato suggerisce la vitalità della space economy italiana, il problema è trasformare questa qualità in massa critica, capacità di investimento e presenza stabile sui mercati internazionali.

Per questo l’accordo tra Intesa Sanpaolo, Bei ed Esa assume il suo senso più concreto. Il credito può essere la leva per accompagnare una fase di consolidamento industriale. Intesa Sanpaolo ha rivendicato di essere la prima banca italiana e la prima banca europea ad avviare una collaborazione di questo tipo con Bei ed Esa, mentre Gros-Pietro ha richiamato il ruolo del gruppo come riferimento nello sviluppo del settore e nella spinta alla crescita produttiva e all’espansione internazionale delle imprese.

Sul piano strategico, De Felice ha collocato l’Italia dentro una competizione che è globale e non soltanto europea. Ha ricordato che le costellazioni satellitari stanno cambiando la struttura del mercato e che i principali programmi mondiali restano americani e cinesi. Gli Stati Uniti, ha detto, puntano con forza alle attività commerciali, mentre l’Europa si concentra soprattutto su sicurezza e sovranità. «Chissà che un domani, partendo dalla sicurezza, anche l’Europa possa avere maggiori ritorni commerciali», ha osservato. L’economista ha anche ricordato che la crescita dello spazio non riguarda solo l’orbita bassa o le grandi piattaforme satellitari, ma una catena di applicazioni che tocca la vita quotidiana e la produzione. Dalla gestione del traffico spaziale alla propulsione green, dall’interazione con l’intelligenza artificiale fino al lavoro in microgravità, le tendenze emergenti delineano un settore ancora giovane ma già in rapida maturazione. «Siamo davvero soltanto agli inizi», ha concluso.

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