L’export a quota 12,5 miliardi: «E ora basta campanilismi»
L’intervista Ezio Vergani traccia il bilancio dell’economia lariana, evidenziando la crescita delle esportazioni (+1%): «In un periodo storico in cui le reti d’impresa sono fondamentali, l’isolamento mostra tutti i suoi limiti»
Lettura 4 min.In occasione della 24esima Giornata dell’Economia, il presidente di Camera di commercio di Como e Lecco, Ezio Vergani, ha tracciato il bilancio dell’area lariana.
Nonostante l’anno sia stato segnato da crisi internazionali di grande impatto per l’economia, i mercati esteri sembrano premiare il territorio.
Qual è lo stato di salute delle esportazioni delle filiere comasche e lecchesi?
I dati macroeconomici confermano la straordinaria tenuta del nostro tessuto produttivo. Nel 2025 le esportazioni della zona di Como e Lecco hanno raggiunto la quota di 12 miliardi e mezzo di euro, registrando un incremento dell’1% rispetto all’anno precedente. Il dato più sorprendente riguarda le relazioni commerciali con gli Stati Uniti d’America, dove abbiamo rilevato una crescita che sfiora il +10%, a dispetto delle politiche commerciali fortemente restrittive imposte da oltreoceano.
Le tante “cassandre” che prevedevano scenari disastrosi e un crollo dei flussi non hanno avuto ragione. Le nostre imprese hanno dimostrato ancora una volta creatività, capacità organizzativa e profonda conoscenza dei mercati internazionali. È grazie a questo insieme di qualità se il sistema lariano continua a mantenere una forte presenza globale e a superare le barriere protettive.
A proposito degli Stati Uniti, la quota di crescita dell’export potrebbe essere dovuta alla fase immediatamente successiva all’annuncio dei dazi, prima che entrassero in vigore, quando c’è stata una accelerata delle esportazioni: è così o si tratta di un dato strutturale?
Le barriere tariffarie sono certamente il frutto di decisioni politiche e, su questioni di carattere generale, hanno il loro peso specifico. Tuttavia, se considera la realtà delle nostre aziende manifatturiere, il valore aggiunto che esprimono i nostri prodotti è tale che un aumento dei dazi moderati non cambia i comportamenti dei mercati. Il punto nodale è che la competitività dipende dalla grande capacità dei nostri imprenditori di interpretare al meglio le esigenze dei clienti esteri. Se c’è questa abilità creativa, il dazio diventa un fattore secondario: non piace, certo, ma si supera. L’economia lariana continua a crescere, ma deve imparare a pensare in grande, pur tenendo i piedi per terra, superando logiche campanilistiche e rafforzando le reti tra imprese, territori e istituzioni.
Se l’export cresce, non altrettanto fa la produzione industriale interna che invece stenta: questo dato la preoccupa?
La produzione tiene, ma lo 0,5% non può soddisfarci. Dobbiamo essere realisti: Europa, America e Asia corrono a velocità differenti. Noi che siamo una delle aree più industrializzate della Lombardia e dell’intero Paese abbiamo il dovere di guardare più lontano. Non possiamo rassegnarci a una crescita timida. Per farlo, è necessario estirpare il desiderio del campanile, l’idea obsoleta del “dobbiamo fare tutto da soli”. In un periodo storico in cui le reti d’impresa sono fondamentali, l’isolamento mostra tutti i suoi limiti. Nessuno dispone da solo delle risorse necessarie per affrontare le transizioni in atto. Come Cciaa investiremo pesantemente nel fare rete, perché fare sistema è l’unica via per competere.
Il cambiamento in atto si riflette anche sulla struttura delle imprese: i dati evidenziano una diminuzione delle ditte individuali e delle microimprese, a favore di un rafforzamento occupazionale delle medie e grandi realtà, questo significa che siamo di fronte a un cambio di rotta rispetto alla storica frammentazione del nostro territorio?
È lo sviluppo stesso dell’economia mondiale a determinare tali dinamiche. Un’azienda può nascere piccola, ma poi ha il dovere di evolversi; non può rimanere di dimensioni modeste, altrimenti rischia di scomparire dal mercato. Questo trend rappresenta una svolta culturale importante. Credo che nell’animo di ogni vero imprenditore ci sia l’ambizione di espandersi e strutturarsi. A volte ci si riesce, altre no; in un certo senso, assistiamo a una selezione sana del mercato, dove le medie imprese si consolidano per reggere l’urto della competizione globale.
Un altro tema cruciale per la crescita è l’inverno demografico: quanto incide sul passaggio generazionale e sulla disponibilità di manodopera nelle fabbriche lariane?
Sul ricambio generazionale non siamo messi bene, è indubbio, e il bisogno di manodopera impone anche una gestione aperta dei flussi di lavoratori stranieri. Se escludiamo la fascia dei quadri dirigenti, dove i giovani italiani fortunatamente tendono a prepararsi in modo adeguato, il problema della carenza di personale operativo è reale.
Le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale saranno sufficienti a compensare la carenza di personale?
Su questo fronte sta accadendo ciò che si è già verificato con l’innovazione tecnologica negli anni passati: anche se allora si temeva che l’avvento dell’automazione ci avrebbe lasciati tutti disoccupati, è successo esattamente il contrario. L’algoritmo, in una prima fase, contrarrà magari determinati impieghi elementari, ma nel lungo termine ne genererà altri, perché mette in moto nuova economia. Negli Stati Uniti si nota chiaramente che le aziende maggiormente digitalizzate hanno incrementato l’occupazione sulla distanza. Nell’immediato la tecnologia offre un supporto fondamentale per sopperire alla mancanza di manodopera, ma alla fine serve sempre la testa: la macchina resta uno strumento e non equivale alla mente umana.
Molti guardano all’India come alternativa ai mercati tradizionali, se invece guardiamo alla vicina Europa, la Germania, che è il partner fondamentale per la filiera della nostra meccanica, mostra segni di difficoltà: quali sono le sue valutazioni in merito?
La frenata tedesca è in parte fisiologica, poiché dopo lunghe fasi di espansione subentra sempre un assestamento. Il discorso di fondo, a mio parere, è che l’Europa intera, e non solo Berlino, deve darsi una mossa sul piano delle regolamentazioni. Ci troviamo di fronte a una serie di iniziative comunitarie che, pur muovendo dalla giusta tutela dell’ambiente, quando diventano eccessive assumono un carattere ideologico anziché pragmatico, rivelandosi controproducenti per i produttori. Il mondo economico è molto severo su questo punto, perché avverte che le grandi opportunità dell’Unione europea si stanno disperdendo a causa di questi irrigidimenti burocratici. Basti pensare a quanto accadde in Italia con il referendum dell’88 che bloccò il nucleare: i governanti volevano le centrali, ma la scelta ideologica dei cittadini ci ha penalizzati. Oggi compriamo elettricità da fonte nucleare dalla Francia o dall’Austria, che ha impianti a ridosso dei nostri confini, lamentandoci dei costi energetici superiori. Ora lo sviluppo di piccoli reattori diffusi di nuova generazione rappresenta un segnale importante, anche se non è un percorso semplice né veloce, ma la via del pragmatismo tecnologico va seguita.
Per fare sistema sul territorio, la Camera di commercio investe sulle proprie partecipate: qual è il bilancio dei risultati ottenuti fino ad oggi?
Villa Erba, per esempio, è una nostra partecipata che ha saputo trovare un modello di business eccezionale. Nata come pura struttura fieristica, oggi ha compreso che quel modello era diventato secondario e ha saputo reinventarsi con efficacia. Chi gestisce Villa Erba ha dimostrato di non fossilizzarsi sul passato ma di saper pensare a qualcosa di nuovo. Analogamente, su Lariofiere, grazie al lavoro a metà strada tra la vecchia e la nuova presidenza, cominciano a vedersi interventi strutturali importanti che puntano a cambiare volto alla struttura. Continuiamo a immaginare spazi flessibili di attività culturali e per le imprese che permettano a questo luogo di vivere tutto l’anno e generare valore per la comunità. In questa direzione continueremo a investire pesantemente. ComoNExT, avviato grazie a una bellissima idea iniziale, ha attraversato momenti che l’hanno portata un po’ fuori strada, trasformandola in una struttura ingessata. Oggi circa il settanta per cento70% dei ricavi deriva dagli affitti immobiliari e soltanto il 30% dalle attività di servizio rivolte alle imprese. Una struttura nata per favorire l’innovazione, la ricerca e il trasferimento tecnologico non ha alcun senso che viva principalmente di locazioni. Dobbiamo avere il coraggio e la forza di reinventare anche questa realtà, che resta bellissima, per renderla nuovamente attiva, competitiva e molto producente per lo sviluppo strategico del territorio.
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