L’orologio demografico: così cambia l’economia

Francesco Billari, rettore dell’Università Bocconi, indica i rischi di un declino della natalità strutturale. «Il crollo delle nascite è irreversibile. Nel 2045 i ventenni nati in Italia non potranno superare quelli del 2025»

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All’assemblea di Ance Como il rettore della Bocconi, Francesco Billari, fotografa i record di un Paese che invecchia. Tra culle vuote e necessità di immigrazione qualificata, le lancette dell’orologio della demografia impongono scelte urgenti a politica ed economia.

«Se guardate al futuro, dovete essere tutti demografi» ha esordito Francesco Billari, introducendo il tema cardine dell’economia: la mancanza di nuovi talenti. «In un orologio c’è la lancetta dei secondi, la lancetta dei minuti e la lancetta delle ore – ha spiegato lo studioso - la lancetta dei secondi è come la politica: ha movimenti continui. Poi c’è l’economia, rappresentata dalla lancetta dei minuti, che si muove in modo più ordinato e prevedibile. Infine la demografia è come la lancetta delle ore: apparentemente immobile. Il fatto che sembri non muoversi fa sì che si tenda a trascurarla, perché incide sul lungo periodo». Ma è proprio la combinazione tra l’apparente immobilità della demografia e la sua inesorabile forza d’urto a generare i record che stanno ridisegnando la geografia sociale del mondo e anche di Como.

Doppio primato

A livello globale, il primo record mondiale è che «al mondo non ci sono mai state così tante persone come oggi». La popolazione continua a crescere, anche se in questo secolo potrebbe iniziare a decrescere. Il secondo primato è la longevità: «viviamo più a lungo rispetto all’intera storia dell’umanità. La durata media della vita a livello mondiale ha raggiunto i 73,3 anni». Di contro, si registra il terzo record: «al mondo non si sono mai fatti così pochi figli come oggi, con una media globale di 2,2 figli per donna, e paesi come la Cina sono scesi addirittura a 1». Di conseguenza, le famiglie sono le meno numerose della storia.

Il quinto record riguarda l’invecchiamento: la quota di anziani ha toccato il 10% a livello globale, contro una media storica del 4-5%. Il sesto record è positivo e riguarda il capitale umano: il 25% della popolazione mondiale possiede un titolo di studio terziario (laurea o percorsi post-secondari). Infine, gli ultimi due record globali riguardano la mobilità e la concentrazione spaziale: non ci sono mai stati così tanti migranti in termini assoluti (oltre 300milioni di persone che vivono fuori dal Paese di nascita) e non siamo mai stati così urbanizzati. «I dati delle Nazioni Unite usciti nel 2024-2025 smentiscono l’idea del “South working” o della fuga dalle città dopo il Covid», sottolinea Billari. «Il mondo va sempre più verso la città».

Se il mondo si muove in questa direzione, l’Italia accelera e si colloca spesso agli estremi di queste tendenze. Con un’unica eccezione: la popolazione complessiva non è al suo massimo storico, essendo calata lentamente sotto i 60 milioni rispetto a una decina di anni fa. Tutti gli altri indicatori italiani seguono la scia globale, esasperandola.

La speranza di vita in Italia è ai vertici mondiali, toccando gli 83 anni. «Una buona notizia», commenta Francesco Billari. Ma il vero “nodo” è la fecondità: siamo a 1,14 figli per donna. «Significa che se una coppia fa un figlio, dalla generazione dei genitori a quella dei figli la popolazione tendenzialmente si dimezza. Il livello di equilibrio sarebbe a 2». I dati storici dell’Istat mostrano un crollo verticale: se nel 1964, l’anno di picco del baby boom, in Italia nacquero 1.035.000 bambini, nel 2024 i nati totali sono scesi a circa 320.000, di cui solo l’13,5% da genitori stranieri.

«Questo è un dato irreversibile», avverte il rettore della Bocconi. «Nel 2045 il numero di ventenni nati in Italia non potrà superare i nati del 2025. È aritmetica. Fino a pochi anni fa non si parlava di demografia perché a metà degli anni Novanta, pur essendoci una fecondità bassa (1,19 nel 1995), c’era una platea enorme di potenziali genitori nati negli anni Sessanta. Oggi, i potenziali genitori sono i nati del 1996 e sono già la metà. Il declino è destinato ad auto-alimentarsi».

Questa contrazione si riflette sulle strutture sociali. In Italia le persone sole rappresentano già il 37% delle famiglie e le previsioni Istat indicano che arriveremo al 41%. Mostrando i grafici della popolazione per età e sesso, Francesco Billari evidenzia come nel 1960 o nel 1965 la struttura demografica fosse a forma di una piramide perfetta, con una base larghissima di bambini. Oggi la forma assomiglia a una nave o a una trottola sbilanciata, con il rigonfiamento maggiore in corrispondenza dei sessantenni (i baby boomers) e una base strettissima. «L’Italia è il terzo Paese più vecchio al mondo dopo il Principato di Monaco (36% di over 65) e il Giappone (30%). Abbiamo il 25% di ultrasessantacinquenni, ma ci sono già quattro province italiane, Oristano, Biella, Savona e Sud Sardegna, che hanno già superato la soglia del 30%».

C’è però un record italiano negativo che preoccupa profondamente l’economista: quello del capitale umano. Se la quota di laureati e titoli terziari a livello globale cresce, in Italia siamo fermi intorno al 30-31%. «È la seconda quota più bassa dell’Unione europea, pericolosamente vicina alla media mondiale e lontanissima da dove vorremmo essere», denuncia Francesco Billari. Il confronto internazionale è impietoso: la Corea del Sud è al 70%, il Giappone al 66%, la Spagna sopra il 50%. Persino la Cina ha registrato un’impennata clamorosa, passando dal 30% del 2016 a oltre il 70% di laureati tra i ventiquattrenni nel 2025.

L’attrazione dei talenti

Questo deficit di istruzione interna si traduce in un ostacolo insormontabile nell’attrazione di talenti globali. Citando il Migration Observatory Report, Billari illustra una correlazione scientifica: «i paesi che hanno una popolazione nativa più istruita attirano immigrati più istruiti. Dobbiamo tenere insieme demografia e capitale umano se vogliamo essere attrattivi per profili qualificati. Per l’Italia, che si trova nella parte bassa di questa classifica, è estremamente difficile attirare flussi di alta qualità rispetto a paesi come la Svizzera, il Lussemburgo o l’Irlanda».

Eppure, l’immigrazione ha già salvato il sistema economico italiano. Oggi in Italia ci sono 5,4 milioni di stranieri residenti a cui si aggiungono 2 milioni di naturalizzati. «Se sottraiamo questi 7,4 milioni di persone dai 59 milioni attuali, torniamo alla popolazione italiana di metà anni Sessanta. Non abbiamo pensato a una programmazione, ma è successa. Senza l’apporto dell’immigrazione, la nostra piramide demografica sarebbe ancora più drammaticamente svuotata nella parte inferiore».

Le specificità locali

Focalizzandosi sulla realtà locale, la provincia di Como riflette quasi specularmente i trend nazionali, con alcune specificità. La speranza di vita è elevatissima, persino superiore di un anno rispetto alla media nazionale. Tuttavia, si fanno ancora meno figli rispetto alla già bassa media italiana (Como si attesta a 1,12). La quota di over 65 tocca un quarto della popolazione e, sorprendentemente per un territorio a forte vocazione manifatturiera e imprenditoriale, la quota di laureati e diplomati Its è sotto la media nazionale, schiacciata dalla vicina Milano.

Secondo le proiezioni ufficiali dell’Istat, nei prossimi 25 anni l’Italia perderà 4 milioni di abitanti, concentrati quasi interamente nelle fasce di età lavorativa. Ma la crisi non sarà omogenea: si prevede uno spostamento della popolazione verso il Nord e, soprattutto, verso le aree urbane, con l’area metropolitana di Milano destinata a crescere fino a sfiorare i 5 milioni di abitanti. «Il problema demografico è molto più grave per le aree interne e per il Sud che non per il Nord-Ovest», commenta Billari rivolgendosi alla platea dell’Ance.

Per il settore immobiliare e delle costruzioni, questo scenario non è necessariamente sinonimo di declino, ma impone una totale reinvenzione. Se da un lato cala la popolazione totale, dall’altro l’aumento dei single e delle famiglie senza figli fa crescere il numero assoluto dei nuclei familiari, e quindi la domanda potenziale di alloggi, sebbene di dimensioni diverse rispetto al passato. «I cinesi hanno scoperto a proprie spese che la politica del figlio unico ha lasciato in eredità città fatte di appartamenti troppo piccoli e ora che vogliono incentivare le nascite devono riprogettare l’urbanistica. I costruttori – ha detto rivolgendosi alla platea di Ance - dovete guardare a questo: cambiano le fasi della vita, le carriere saranno più lunghe, i legami familiari diversi. Avremo bisogno di soluzioni abitative nuove per persone più avanti negli anni, ma anche di Real Estate dedicato alla sanità e alla lungodegenza. Soprattutto, lo sviluppo economico si muoverà verso le zone di qualità: occorre creare hub della conoscenza capaci di unire residenza, servizi e impresa».

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