«Sistema moda cambiato. Oggi priorità al reddito»

Alfio Frigerio, proprietario di Colour’s Company di Como, offre una lettura riguardo le trasformazioni in atto: «Negli anni ’80 c’era dialogo continuo tra chi disegnava e chi produceva, confronto che migliorava il prodotto»

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La crisi del modello del lavoro nel settore moda, la solidità della formazione erogata a Como, fino alle trasformazioni della filiera tessile comasca: Alfio Frigerio, proprietario di Colour’s Company di Como, offre una lettura disincantata della trasformazione in atto.

Come si è costruita la sua professione di converter per l’alta moda?

Colour’s Company nasce nel 1985, insieme al mio percorso professionale. La mia è una formazione completamente sul campo: ho lavorato in setificio, in stamperia, seguendo le lavorazioni e successivamente anche la parte commerciale, quindi a diretto contatto con i clienti. Questo mi ha permesso di costruire una conoscenza molto concreta del tessuto stampato, sia dal punto di vista tecnico sia rispetto alle esigenze del mercato. Ho avuto esperienze in aziende importanti, come la Scacchi, che all’epoca rappresentava una realtà di riferimento nel settore. Tutto ciò che ho imparato lungo la filiera mi ha portato a creare una mia struttura, con una specializzazione precisa nello sviluppo e nella proposta di tessuti stampati, spesso in esclusiva, lavorando in stretta connessione con clienti e fornitori. Questo modello mi ha permesso negli anni di adattarmi a richieste diverse, mantenendo però un’identità chiara.

Tutto questo si è sviluppato nel contesto degli anni Ottanta: cosa è cambiato?

La differenza è radicale. Gli anni Ottanta erano un periodo estremamente dinamico, caratterizzato da una grande qualità delle relazioni. C’era una serenità di fondo che permetteva di lavorare costruendo rapporti nel tempo. Si andava di persona dai clienti, si parlava, si capivano i bisogni e si proponevano soluzioni. Questo faceva la differenza. In quegli anni c’è stata anche un’esplosione creativa importante: gli stilisti erano accessibili, meno strutturati rispetto a oggi. Ho avuto la fortuna di lavorare con nomi come Moschino, Galliano e i “primi” Dolce e Gabbana. Esisteva un dialogo continuo tra chi disegnava e chi produceva, un confronto reale che migliorava il prodotto e accorciava i tempi decisionali. Oggi questo tipo di relazione è quasi completamente scomparso e il processo è diventato più rigido.

Cosa ha determinato questa frattura tra produzione, creatività e mercato?

Il cambiamento principale è legato all’ingresso dei gruppi finanziari nei grandi brand. Oggi molte aziende rispondono a logiche in cui la priorità è la redditività. Il prodotto perde centralità e diventa uno strumento per generare margine. È un processo che si è sviluppato nel tempo, ma che è stato accelerato in modo evidente dalla pandemia. Il Covid ha modificato le abitudini di consumo, ha spinto fortemente l’e-commerce e ha ridotto la disponibilità di spesa. Anche il modo di lavorare è cambiato: le relazioni si sono ridotte e spesso si limitano a comunicazioni rapide, via email o messaggi, senza un vero confronto. Questo comporta anche una minore condivisione delle informazioni lungo la filiera e una maggiore distanza tra chi progetta e chi realizza concretamente il prodotto.

Quali conseguenze vede sul piano del prodotto e della qualità?

La conseguenza principale è una perdita di valore, sia percepito sia reale. Oggi esistono prodotti con prezzi molto elevati che però non hanno un contenuto qualitativo coerente. In passato, anche un capo costoso trasmetteva chiaramente il proprio valore attraverso materiali e lavorazioni. Oggi questo accade meno frequentemente. Parallelamente, il sistema dei media ha assunto un peso determinante: social, visibilità e personaggi influenti contano più delle competenze tecniche. Si arriva a vedere figure con preparazione limitata sul prodotto ricoprire ruoli importanti nella direzione creativa, con effetti evidenti sul risultato finale e anche sulla coerenza delle collezioni.

E le nuove generazioni? Il sistema formativo è ancora in grado di sostenere il settore?

I giovani sono preparati e le scuole continuano a svolgere un buon lavoro. Ho avuto recentemente un’esperienza positiva collaborando con Ied Accademia Aldo Galli Como su invito della professoressa Marina Anelli. Ho fornito i tessuti e, insieme a la stamperia Artestampa, abbiamo seguito un progetto in cui gli studenti hanno sviluppato disegni poi tradotti in stampa su tessuto. Il livello era elevato, sia dal punto di vista creativo sia tecnico. Questo dimostra che le competenze ci sono. Il problema nasce nel passaggio al mercato, dove queste capacità non sempre trovano spazio e riconoscimento. È in questa fase che si crea una frattura tra formazione e realtà produttiva, con il rischio di disperdere competenze preziose.

Dal lato della domanda si intravedono segnali di maggiore attenzione alla qualità?

Non ancora in modo strutturato. Più che una scelta consapevole da parte della clientela finale, incide la riduzione del potere d’acquisto per l’aumento dei prezzi e la costanza se non contrazione della disponibilità economica da parte di gran parte delle persone. Molti consumatori, soprattutto giovani, si orientano verso prodotti più accessibili, spesso acquistati online. L’offerta sul web è ampia e facilmente fruibile, con una competizione molto forte anche sul prezzo. L’interesse per la qualità esiste, ma non è ancora sufficiente a modificare le dinamiche complessive del mercato. Ritengo però che nel tempo il valore del prodotto possa tornare centrale, anche come risposta a un’offerta percepita come troppo standardizzata. L’originalità, qualità e durabilità dovrebbero alla fine prevalere nelle scelte del mercato, il problema è superare questo momento di difficile interpretazione dei consumi.

Come stanno affrontando questa fase le aziende della filiera tessile?

È una fase complessa per tutti. Le imprese devono confrontarsi con il presente: senza utili non si può investire e quindi nemmeno crescere. Si può resistere per un certo periodo grazie alle riserve accumulate negli anni, ma non è una condizione sostenibile nel lungo periodo. Dal mio osservatorio di converter vedo che le aziende più strutturate, in grado di offrire un servizio completo lungo più fasi produttive, risultano avvantaggiate. In un contesto di contrazione della domanda, i clienti tendono a concentrare gli ordini su fornitori che garantiscono un’offerta più ampia e integrata. La specializzazione resta un valore, ma espone maggiormente alle oscillazioni del mercato e richiede una capacità di adattamento continua.

Quale prospettiva vede per il distretto tessile comasco?

Como dispone ancora di competenze di altissimo livello, costruite in decenni di esperienza e lavoro. Il patrimonio tecnico e umano è ancora presente e rappresenta un punto di forza importante. Il nodo centrale è il contesto in cui queste competenze operano. Se il sistema tornerà a riconoscere il valore del prodotto, della qualità e delle relazioni, il distretto potrà continuare a essere competitivo a livello internazionale. In caso contrario, il rischio è quello di un progressivo indebolimento. La speranza è che si possa ritrovare un equilibrio più solido tra logiche di mercato e valore reale del prodotto, anche attraverso una maggiore consapevolezza lungo tutta la filiera.

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