Tessile in crisi strutturale si riparte dall’innovazione

Imprese. L’allarme di Enrico Canu, presidente di Artestampa: il calo non ha precedenti e rischia di sgretolare il distretto «Necessario investire con coraggio su un prodotto davvero sostenibile e sul talento delle nuove generazioni»

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Nonostante il calo dei consumi, il settore del lusso conserva i propri margini grazie all’aumento dei prezzi, ma la filiera della moda a monte soffre una crisi senza precedenti. Nel distretto comasco si assiste a una drastica contrazione dei volumi. A questo scenario economico si aggiunge una profonda crisi generazionale, eppure è proprio ai giovani, nello loro capacità di innovare, che si affida il futuro del distretto. Così Enrico Canu, presidente della storica Artestampa, traccia un bilancio.

Siamo di fronte a un cambiamento sociologico dei consumi?

La fascia media sembra scomparsa e l’abbigliamento, in particolare quello formale, non viene più percepito come uno status symbol. Negli anni passati, specialmente in Italia, il gusto di vestirsi bene era innato. Le signore di un certo livello andavano a comprare la giacca di marca perché dava sicurezza, faceva sentire eleganti e “a posto”. Adesso la mentalità è radicalmente cambiata. Da un lato c’è l’effetto dei social network: guardando Instagram si riesce a copiare lo stile, si compra una giacca simile, a basso costo, e si riesce ad apparire eleganti ugualmente. La necessità di possedere il capo autentico per sentirsi adeguati è scemata.

Dall’altro lato, le fasce di ricchezza veramente alte non vogliono più confrontarsi con la massa. Non vogliono entrare in una boutique, comprare un abito da decine di migliaia di euro e poi rischiare di andare a una festa esclusiva e trovare un’altra signora con lo stesso vestito. Così, proprio come si faceva una volta, preferiscono andare a comprarsi un tessuto pregiato e farsi fare l’abito su misura. È un trend molto forte in mercati come quelli arabi. In mezzo, la fascia media soffre terribilmente: i prezzi globali sono aumentati, i costi della vita pure, e l’abbigliamento di qualità è diventato un “superfluo” che viene tagliato per primo.

Questo ha un impatto diretto sulla produzione di accessori come, per esempio, la cravatteria?

Si perde tutta un’attitudine, certo. Ricordo quando in banca bisognava stare rigorosamente in giacca e cravatta. Poi è arrivata la moda americana del venerdì casual, in cui si poteva andare senza cravatta. È stato rotto un argine e non si sono più fermati.Vedo questa tendenza anche nei giovani professionisti. Sono in contatto con alcune realtà universitarie: arrivano in Italia questi giovani professori quarantenni dall’estero per tenere delle conferenze importanti, e la prima cosa che chiedono è dove possono affittare una giacca, una cravatta e dei pantaloni per la presentazione. Il ragionamento è “con la calcolatrice in mano”: perché comprarli se poi non li metterò mai più?

Guardando in prospettiva, su quali punti di forza può scommettere un sistema storico come quello comasco?

L’innovazione di prodotto può essere una chiave per convincere i brand a tornare a investire sulla filiera. In questi ultimi anni abbiamo studiato e messo a punto un prodotto particolarissimo, un trattamento per tessuto, totalmente sostenibile, progettato per facilitare il movimento del corpo che è stato brevettato ed è certificato dal Politecnico di Torino. Un’innovazione vera, tecnica e di altissima gamma che abbiamo proposto ai brand per cercare di svilupparla con nuovi investimenti. La strada dell’innovazione, insieme al coinvolgimento delle nuove generazioni, è quella più corretta per superare questo momento.

In questo scenario così complesso, infatti, continuate a cercare un dialogo con i giovani: recentemente avete sostenuto un progetto interessante, di cosa si tratta?

È stato un tentativo per non disperdere il nostro patrimonio di conoscenze.

Sono stato contattato da Italian Design Institute e ho accettato con entusiasmo di mettermi a disposizione. Mi ha chiesto se potevamo aiutare la formazione dei loro studenti.

Ho accettato e ho iniziato a ospitare sistematicamente un ragazzo e una ragazza qui in azienda per farli apprendere sul campo. Questi studenti hanno messo a punto una serie di disegni, ci hanno fornito i file digitali e noi ci siamo occupati di tutto lo sviluppo industriale: abbiamo studiato le varianti di colore, preparato i tessuti, stampato, lavato, finito e infine confezionato il prodotto. Pochi giorni fa è stata realizzata una bella presentazione dei risultati al Museo della Seta di Como. È stato stimolante, i ragazzi sembravano molto convinti di voler restare in questo settore. Ma la vera domanda è: che futuro avranno? Riusciranno a trovare aziende disposte a investire su di loro?

Nel distretto tessile ci sono sempre state fasi cicliche di crisi e di ripartenza, secondo la sua esperienza, quella attuale è solo l’ennesima fase ciclica o siamo di fronte a un cambiamento strutturale da cui non si torna indietro?

Negli anni passati le fasi cicliche c’erano: per un periodo calava la stampa e andava forte la tinta unita, poi magari tirava di più il tessuto tinto in filo, poi la ruota girava e la stampa tornava protagonista. Ma quello che stiamo vivendo in questi ultimi tre anni è diverso: è un calo totale.

Non c’è proprio niente che si muove. Le uniche commesse che arrivano sono per piccoli progetti di architetti, o l’azienda che deve fare del materiale promozionale. Ma la spinta vera, quella dei grandi marchi, è sparita.La geopolitica poi ci ha dato il colpo di grazia.

La Cina, che per noi era un mercato interessantissimo, ha di fatto bloccato o limitato fortemente l’acquisto di merce occidentale di lusso. Questo sta spingendo molti brand europei, che magari hanno decine di negozi monomarca in territorio cinese, a prendere una decisione drastica: portare la produzione direttamente in Cina per aggirare i blocchi, oppure chiudere i monomarca e tornare nei grandi mall per tagliare i costi. Dall’altra parte c’era la Russia, anche quello un mercato in forte sviluppo. La guerra ha bloccato tutto.

Se la situazione è questa, qual è il rischio sistemico per il distretto di Como?

C’è uno stacco profondo rispetto al passato, non è una crisi passeggera.

È chiaro che l’artigianalità pura e bellissima, quella che sappiamo fare noi, rimarrà sempre un unicum. Ma se nel frattempo si crea il deserto attorno a noi, ricominciare non sarà affatto facile. Il rischio enorme è che il comparto tessile comasco perda definitivamente di interesse agli occhi del mondo.Se di tutta la nostra grande filiera sopravvivono solo 4 o 5 aziende virtuose, non ci sarà più la forza del “sistema”.

Per un grande committente internazionale non sarà più così attrattivo e conveniente venire fin qua a Como per sviluppare la produzione, perché mancherà l’indotto, mancheranno i servizi rapidi, mancherà l’ecosistema che ci rendeva unici.

Negli anni passati, quando c’era abbondanza, se chiudeva un concorrente il pensiero cinico era: “Meglio, ci sarà più lavoro per noi”. In questi due anni hanno chiuso o si sono ridimensionati tantissimi concorrenti nel distretto, ma lavoro nuovo, per chi è rimasto, non ne è arrivato. Un contesto di grande complessità che non fa venire meno la fiducia per il futuro.

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