Tito Boeri a Como: «Il Pnrr ci dà troppi soldi e non riusciamo a investirli»

Riportiamo i contenuti dell’intervento che l’economista Tito Boeri ha fatto a Villa del Grumello agli Alumni Bocconi. «Bisognerebbe puntare soprattutto sui giovani e la formazione: per crescere serve un capitale umano preparato»

Troppi soldi, troppa pressione per spenderli a tutti i costi e troppo poco tempo per spenderli bene: la scommessa del Pnrr rischia di trasformarsi in “la grande abbuffata”, dall’ultimo libro di Tito Boeri per Feltrinelli.

L’economista è stato ospite di Bocconi Alumni Como a Villa del Grumello in dialogo con Giacomo Malinverno, Chapter leader della community. Boeri ha ripercorso le ragioni e gli errori che hanno portato l’Italia ad aderire a Next Generation Eu, ha spiegato perché il Pnrr così come è stato avviato costituisce un rischio e suggerito delle priorità: scuola, sanità, giovani, famiglie. Di seguito uno stralcio del suo intervento.

«Nel 2020 e 2021 le economie erano state messe a durissima prova da una crisi senza precedenti. Si doveva ricorrere a strumenti straordinari e il clima politico era diverso: c’era più solidarietà a livello europeo. Il nostro Paese in particolare sarebbe stato il maggiore destinatari di questi interventi eccezionali, come era stato promesso fin dall’inizio della pandemia. Proprio per questo, a livello europeo, fu trovato rapidamente il consenso che permise alla Commissione di finanziare dei progetti per piani di investimento nei diversi paesi. L’obiettivo era mettere in grado le economie nazionali di ripartire al più presto.

I criteri per l’allocazione di questi fondi erano basati sulla situazione economica dei diversi Paesi: maggiore era la difficoltà di partenza e maggiori sarebbero state le disponibilità che venivano create da Next Generation Eu. Aver ricevuto molto credito quindi non è titolo di merito come in parte è stato ritenuto di comunicare in Italia, piuttosto di demerito, perché significa che la situazione di partenza del Paese è deficitaria.

I diversi governi nazionali hanno prima valutato e poi chiesto di utilizzare questa linea di credito, ognuno in misura diversa in base a quanto deciso di realizzare. C’erano naturalmente dei vincoli imposti dalla Commissione europea perché è questa istituzione che li concede: nel caso in cui il Paese che ha richiesto il prestito fosse inadempiente, il debito non ricade sull’insieme dei Paesi europei.

Una parte del fondo concesso dovrà essere utilizzato per la transizione digitale, un’altra per la transizione ecologica e una per investimenti e spese una tantum. L’idea originaria non era di creare una fonte di finanziamento permanente, ma soltanto temporanea.

Eppure in Italia abbiamo vissuto una stagione surreale: per un anno intero abbiamo pensato di essere diventati il Paese che si poteva permettere di tutto e di più.

I vincoli di bilancio con i quali avevamo fatto i conti duramente negli anni passati come d’incanto sembravano del tutto inutili. E il Governo, allora era il “Conte 2”, immediatamente aveva chiesto il massimo delle cifre disponibili e si faceva vanto del fatto di essere riuscito a recuperare tutti questi soldi dall’Europa.

Quasi tutti i paesi hanno ricevuto le sovvenzioni, ma l’Italia è stato tra i pochi che ha deciso di prendere a prestito tutto ciò che veniva reso disponibile.

Stranamente la Commissione europea, che storicamente ha sempre riservato risposte perlopiù negative all’Italia, in questa circostanza nulla ha opposto. Così l’idea di non avere più vincoli di bilancio ha fatto leva sull’ingordigia del Governo che ha chiesto a prestito la somma massima possibile.

Saranno poi soldi che andranno restituiti, senza interessi, ma comunque si è sottoscritto un debito prima ancora di avere un’idea di cosa si sarebbe potuto fare con quella somma. Una cifra enorme: 200 miliardi di euro. Si tratta però di fondi che vengono dati per investimenti e non sono utilizzabili per la spesa corrente. Tutto questo comporta una serie di procedure complesse per le quali serve un’amministrazione molto competente che sia in grado di gestire tutti i processi: dal progettare al bandire le gare, al giudicare gli appalti fino a seguire le opere.

Non si è mai vista un’amministrazione pubblica alle prese con così tanti fondi e quindi progetti da avviare e approvare, neanche le più efficienti d’Europa. Infatti molti paesi spendono meno di quanto potrebbero in fondi strutturali proprio perché la gestione è complessa. Invece noi decidemmo di indebitarci prima ancora di pianificare cosa fare con quelle risorse. C’erano all’epoca pompose iniziative per promuovere l’adesione al Pnrr.

In genere una famiglia quando decide di indebitarsi lo fa perché ha dei piani precisi. Verifica se ha le risorse per poter attuare da sola i suoi progetti e poi, se proprio non riesce, sottoscrive dei prestiti. Noi abbiamo fatto esattamente l’opposto: abbiamo preso a prestito il più possibile, senza porci il problema di come utilizzare quei fondi perché in quel momento bisognava dire che siamo bravissimi. Questa è stata anche la linea che si respirava sui giornali, nonostante non ci fosse nulla di cui vantarsi. In quel momento il clima di consenso acritico era veramente generalizzato ed era difficile sottoporre all’attenzione di tutti una posizione differente, prudente, riflessiva.

Le responsabilità di quelle scelte, in quel contesto, ricadono su tutti i tre ultimi governi, anche sul governo Draghi che, per la credibilità di cui godeva, avrebbe potuto rivolgersi all’Europa e rivedere alcune scelte, rinegoziare le modalità, i tempi e i criteri.

Una delle priorità per degli investimenti strutturali avrebbe dovuto essere il sistema sanitario. Siamo un Paese che invecchia e che ha bisogno di fare prevenzione per evitare che poi la spesa sanitaria lieviti. Ma il Pnrr investe molto poco sulla sanità, meno di quello che si pensava fosse utile.

E invece alla fine si è investito sull’edilizia, nell’idea effimera di dare una spinta all’economia, producendo quella creatura mostruosa che è stato il superbonus, con effetti catastrofici ancora da capire nella loro interezza e con il demerito di aver invece distratto dai temi del Pnrr. Così interventi importanti del Pnrr come la digitalizzazione applicata alla scuola si sono risolti con tante belle parole ma poco concretezza. Eppure per crescere serve avere il capitale umano.

Investire nei giovani, nei bambini e nell’istruzione è la vera chiave di volta di un sviluppo nel tempo.

In questa direzione il Pnrr sarebbe stata sicuramente un’opportunità. Nelle intenzioni doveva essere un veicolo per fare riforme importanti nel nostro Paese e, tra le altre, la riforma della scuola che avrebbe interessato le carriere dei docenti, per cambiare il sistema di reclutamento degli insegnanti, alzando gli stipendi e individuando un sistema di valutazione certo. Ma sarebbe servita anche una riforma che avrebbe incluso interventi importanti sugli asili nido, fondamentali per il nostro Paese per conciliare il lavoro di cura e per ridurre il costo dei figli.

Un problema estremamente serio alla luce del calo demografico presente in Italia che porta con sé a cascata una serie di gravissimi problemi, tra questi quello previdenziale. Adesso abbiamo due lavoratori per un pensionato, ma stiamo andando nella direzione di un lavoratore per un pensionato.

C’è poi la riforma della pubblica amministrazione e la riforma del lavoro che dovrebbe migliorare l’incrocio tra domanda e offerta, un problema storico. Riscontriamo un mancato incontro tra le competenze richieste dalle imprese e le competenze offerte dal sistema formativo.

L’obiettivo, ambiziosissimo, è di avviare al lavoro 3 milioni di persone con i piani personalizzati, di questi quasi 800mila disoccupati usufruirebbero di ore di formazione digitale. Chiaramente un piano progettato senza che ci siano i presupposti di sistema perché possa essere realizzato in concreto. La Lombardia, il Veneto, il Piemonte e poche altre regioni hanno una struttura per le politiche attive del lavoro funzionante, ma altrove, dove c’è la grande maggioranza dei disoccupati, tutto questo non esiste, eppure sono state date risorse prima ancora di assicurasi della capacità effettiva di portare a termine i piani di selezione, reclutamento e formazione. Uno spreco di risorse ma anche una serie di occasioni mancate».

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