Casa di comunità a Como, ancora tutto fermo

Napoleona Avrebbe dovuto integrare la medicina territoriale ma a un anno dall’inaugurazione resta tanto da fare. Spata: «Abbiamo tagliato tanti nastri, ora dobbiamo riempire tutto di contenuti: e non abbiamo i medici»

Impossibile, senza capitale umano, aprire nuovi servizi per la salute.

Siamo una delle province italiane più in crisi per la mancanza di medici di famiglia, specialisti e infermieri, in un momento in cui il sistema sanitario locale sta cercando di correre per costruire nuove case e ospedali di comunità.

Le Case di comunità in particolare dovevano diventare dei centri per la medicina generale, con gruppi di medici di base pronti a rispondere ai bisogni dei cittadini. Ad oggi - ed è passato quasi un anno dall’inaugurazione della casa di comunità di via Napoleona - non è così, non è mai stato trovato l’accordo tra i professionisti e l’azienda.

«Abbiamo tagliato tanti nastri, ma dobbiamo ancora riempire tutto di contenuti – ragiona Gianluigi Spata, il presidente dell’Ordine dei medici di Como – ma riusciremo a farlo solo quando avremo a disposizione dei professionisti. Oggi in Lombardia ci sono mille ambiti scoperti tra i medici di medicina generale, una settantina nel Comasco, oltre a 40mila ore di continuità assistenziale, le ex guardie mediche, da coprire. Infermieri e specialisti fuggono in Svizzera. Occorre prima investire sul capitale umano».

Errata programmazione

La colpa, secondo Spata, risiede in buona parte nell’errata programmazione della formazione medica a livello nazionale. Nel Comasco i sindacati stimano un fabbisogno di almeno 200-300 infermieri per riuscire ad attivare davvero case e ospedali di comunità. Detto che sempre secondo Spata le case di comunità «non sono il punto d’arrivo dei medici di famiglia, solo i nostri ambulatori garantiscono capillarità».

I medici con una nuova organizzazione a rete dovevano entro il 2022 garantire maggiore presenza, sostituendo in sostanza i colleghi anche per esempio al sabato. Ma anche questo passaggio è stato rimandato. Per tutti questi motivi continua la corsa in Pronto soccorso, giudicato da Spata «l’imbuto» del nostro sistema sanitario.

E nel mentre il nostro territorio continua a lamentare la carenza cronica di posti letto ospedalieri, sotto agli standard regionali e nazionali in relazione al numero degli abitanti. Entro quest’anno in via Napoleona, sempre stando all’ultima riforma regionale, dovrebbero aprire (come Ospedale di comunità) venti posti letto per pazienti non acuti, non per le urgenze insomma, altri venti sarebbero da allestire in maniera progressiva, tra la fine del 2023 e il 2024. Come sta succedendo a Menaggio, dove ci sono al momento meno letti di quelle previsti.

Quaranta posti

Certo le prime ipotesi, risalenti ancora al 2021 quando la riforma è stata approvata, confidavano in 20 posti letto ed altri 20 aggiuntivi, più 10 per l’hospice sempre dentro alla cittadella. Nel bel mezzo della pandemia ancor prima delle direttive regionali l’ex azienda ospedaliera sperava di «predisporre un’ipotesi di lavoro orientate al recupero di padiglioni presso il compendio dell’ex Sant’Anna per attività clinico assistenziali», il tutto perché «è noto come da tempo la rete ospedaliera del territorio lariano sia caratterizzata da un numero di posti letto significativamente inferiore ai parametri».

«Io sono preoccupata – riflette Doris Mascheroni, nota specialista comasca nel direttivo dell’Ordine – manca un ricambio generazionale. È in corso una sorta di gobba pensionistica, con tanti colleghi che come me sono vicini alla pensione, a fronte di pochissimi nuovi camici bianchi. Succede per i medici di famiglia, gli specialisti e anche per gli infermieri. In un territorio vasto vicino alla Svizzera che certamente ci sottrae energie. Nei prossimi anni il rischio è soffrire gravi carenze. Non riuscendo senza capitale umano ad aprire nuovi servizi, ma anzi dovendo contrarre l’offerta generale».

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