Accusato di aver ucciso la compagna a Veniano e di averne simulato il suicidio: disposta la perizia psichiatrica
Veniano Via al processo a Daniele Re, imputato per l’omicidio di Ramona Rinaldi. La difesa ottiene l’esame sulla capacità di intendere e volere. Gli psichiatri del carcere: «Pensiero lucido e coerente»
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Varca il cancello giallo da dove entrano i detenuti continuando a guardare la sua avvocata. Fa un’eccezione quando scorge sua madre, seduta qualche banco più indietro. Indossa una camicia bianca, elegante, forse un po’ abbondante rispetto al suo fisico. Segue tutte le indicazioni degli agenti di polizia penitenziaria di San Vittore. Quindi assiste a tutta l’udienza seduto accanto alla legale: le parla a bassissima voce, annuisce, ascolta, consulta con lei atti e documenti. Non tradisce alcun tipo di reazione, neppure quando il presidente della Corte d’Assise annuncia una perizia psichiatrica, che dovrà investigare la sua capacità di intendere e di volere.
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Il dibattimento
Lui è Daniele Re. E di fronte ha due giudici togati e sei popolari, con la fascia tricolore, chiamati a decidere se quell’uomo sia o meno colpevole di omicidio volontario. Un omicidio pluriaggravato, per il quale rischia il carcere a vita. Per la precisione il femminicidio della sua compagna e convivente, Ramona Rinaldi.
Lei aveva 39 anni quando, nella notte tra il 20 e il 21 febbraio dello scorso anno, è morta. Secondo l’accusa - sostenuta in aula dal pubblico ministero Antonia Pavan - uccisa da questo giovane uomo ora in carcere. Secondo le apparenze (messe in scena dall’imputato, nella lettura degli atti fatta dall’accusa) morta suicida, impiccata con la cintura dell’accappatoio alla doccia.
La prima udienza, ieri, doveva essere più che altro tecnica. Ammissione delle prove, definizione delle prossime udienze. Ma, nella realtà, ha già posato un mattone importante sul futuro del dibattimento: la Corte d’Assise (presieduta da Carlo Cecchetti, con Veronica Dal Pozzo a latere) ha accolto la richiesta della difesa di Daniele Re (ovvero l’avvocata Alessandra Angelelli del foro di Milano) di disporre una perizia psichiatrica sull’imputato. Perizia che dovrà indagare da un lato se sussiste la capacità a partecipare al processo, dall’altro se - quando avrebbe commesso l’omicidio - era capace di intendere e di volere.
Il pubblico ministero, su questo punto, ha subito presentato delle carte che hanno svelato la posizione dell’accusa: no, Daniele Re non era incapace di intendere e di volere. Questo non significa che non soffra di problemi psichici, ma che questi non erano tali da non fargli comprendere cosa volesse dire togliere la vita a Ramona. La magistrata ha depositato una serie di relazioni della commissione interdisciplinare del carcere di San Vittore, nelle quali «che non ha un disturbo psicotico. Ma piuttosto un disturbo della personalità di tipo paranoideo». Tradotto: «Normalmente è il disturbo psicotico che altera il contatto con la realtà, mentre i disturbi di personalità portano ad anomalie comportamentali, a modalità di relazionarsi patologiche, ma non all’alterazione del contatto con la realtà». Tanto più che «non sono emersi precedenti di natura psichiatrici. L’imputato mai ha avuto contatti con i servizi del territorio» e che gli psichiatri del carcere parlano di «pensiero lucido e coerente».
La prossima udienza
La difesa ha invece ricordato i tre Tso subito da Re mentre era in carcere: «Con tanto di somministrazione di un noto antipsicotico». Alla fine, ed era inevitabile, la perizia ci sarà. Verrà affidata a Nicola Poloni, professore dell’Insubria e direttore del dipartimento di salute mentale di Asst Lariana. Nella prossima udienza saranno sentiti anche i primi testimoni: gli inquirenti, i soccorritori di quella tragica notte, amiche e vicini di casa della vittima.
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