Fragili come la neve: imparare dalle morti

Ripensare il rapporto anche con l’ambiente vicino a casa, dove è più facile abbassare la guardia. Il manto nevoso cambia di continuo, con il vento e la temperatura, e può tradire pure gli esperti

Sole, versanti luccicanti, rotear di pale, di chi cerca chi si è perso sulla montagna, travolto dalla slavina.

Sotto uno spessore apparentemente innocuo, da settimane ormai si cela quasi ovunque alla base del manto un orizzonte di cristalli inconsistenti e fragili, come sale grosso, che cedono al peso e si disgregano al contatto: una superficie di scivolamento ideale per tutto ciò che vi poggia sopra.

Una soglia invisibile, una promessa tradita, una superficie pronta a lasciare andare tutto ciò che credevamo saldo. Così l’inverno porta con sé due fenomeni certi, la meraviglia della neve e la frequenza con cui essa imprime nella cronaca i suoi effetti più drammatici.

Ogni stagione nevosa genera un rituale che conosciamo bene: nevicate sulle Alpi, immagini di “powder” incontaminata, entusiasmi collettivi e subito dopo titoli di giornale con travolti da valanga, interventi del Soccorso alpino, tragedie. Spesso la cronaca, più che informare, deraglia verso un voyeurismo alpestre, concentrandosi sul dramma come spettacolo e perdendo di vista la complessità dell’esperienza e del rischio.

Due illusioni

Nel ripetere questo schema, tuttavia, rischiamo di restare intrappolati in due illusioni.

La prima è credere che la sicurezza sia un problema risolvibile con regole tecniche, dotazioni o statistiche; la seconda è pensare che l’esperienza sia misurabile con il numero di ore passate in montagna o con il livello di attrezzatura posseduta.

Entrambe le semplificazioni, dentro cui si cercano, invano, delle risposte, non reggono quando si comincia ad analizzare davvero perché tante persone, incluse figure esperte e qualificate, finiscono travolte.

I dati raccontano che non sono solo i neofiti ad essere coinvolti in incidenti da valanga, tra le vittime si contano alpinisti navigati, persone con esperienza di montagna, e persino professionisti con formazione specifica. Questa osservazione non mira a sminuire il valore della competenza tecnica, ma ad evidenziare che il rischio non è mai completamente eliminabile, e la parola “sicurezza” non può essere ridotta a un elenco di dispositivi o a un rito di preparazione routinario.

Se impariamo qualcosa dagli incidenti, è che la montagna è un sistema complesso e dinamico che non si presta a soluzioni univoche. Il manto nevoso cambia di continuo, con il vento e la temperatura, si stratifica in modi difficili da prevedere, e può tradire anche chi pensava di averlo compreso appieno. Ma ancor più spesso, la fragilità sta nel modo in cui noi interpretiamo quei segnali. La neve non tradisce, la valanga non è mai assassina, semmai è la nostra attenzione che si annebbia, la nostra capacità di ascoltare ciò che accade intorno e dentro di noi che si attenua.

Il primo elemento del rischio è la nostra stessa mente. Quando siamo là fuori, la percezione è influenzata da pressioni interne ed esterne come l’orgoglio, il desiderio di prestazione, l’idea di non voler apparire timorosi o inesperti agli occhi degli altri. È sorprendente quante decisioni vengano condizionate non tanto dall’analisi oggettiva della situazione, quanto da ciò che vorremmo essere agli occhi di chi ci osserva.

Questo fenomeno non è limitato agli escursionisti occasionali. Persone con anni di montagna alle spalle, con conoscenze tecniche e competenze elevate, si trovano in difficoltà non perché non sappiano leggere il bollettino valanghe, ma perché non riescono a interrogarsi su ciò che davvero li spinge ad essere lì.

Perché sto facendo questa discesa? Perché mi espongo al rischio in questo ambiente incerto? Spesso le risposte che emergono sono comode: è bello, è divertente, mi fa stare bene.

Non è un problema di superficialità nell’animo, è che queste motivazioni, pur legittime, sono fragili davanti all’imprevedibilità della montagna.

Quando qualcosa va storto, la mente istintivamente cerca un senso, un perché che possa reggere alla tragedia. Se il motivo profondo manca, tutto diventa più difficile da sostenere, anche per chi resta, anche per chi deve raccontare la scena dopo il fatto.

Una risposta solo tecnica o razionale, basata su strumenti o procedure, non è sufficiente, serve una consapevolezza più ampia, che guardi alla montagna non solo come sfida fisica o ambientale, ma come esperienza che interroga profondamente chi la vive.

Questa consapevolezza non elimina il rischio — non c’è alcuna garanzia di assenza di pericolo nella montagna — ma può aiutare a gestirlo meglio.

Aiuta a decidere con lucidità, ad ascoltare segnali deboli, a fermarsi quando serve e a riconoscere la propria vulnerabilità come una componente reale dell’esperienza.

Forse ad ogni curva occorrerebbe comprendere come si fa quel che si fa e cosa si pensa mentre si scivola, con il risultato inaspettato di dedicare tempo vivo a sentire la neve sotto gli spigoli degli sci e, insieme, i processi del proprio pensiero.

In questo spazio di attenzione piena, il gesto tecnico smette di essere un automatismo e diventa un atto consapevole, una forma di presenza che unisce il corpo, l’ambiente e la mente.

Ascoltare è un verbo attivo, richiede umiltà, capacità di ammettere che non si sa tutto, apertura all’informazione che proviene dal corpo, dall’ambiente, dal gruppo. Ed è un’abilità che va coltivata, non può essere delegata a un’app o a un elenco di regole.Anche le informazioni disponibili, pur essendo rassicuranti, non sostituiscono mai la necessità di essere presenti, attenti, disponibili a cambiare rotta, a rinunciare a un’uscita se le condizioni o le proprie sensazioni lo suggeriscono.

La relazione con la paura

Infine, c’è un aspetto più profondo che spesso resta sottotraccia, la relazione con la paura. La paura non va eliminata, va compresa, usata come guida. È un riflesso, una bussola interna che segnala ciò che non è del tutto sotto controllo. Ignorarla non significa essere coraggiosi, significa soltanto rimuovere un indicatore fondamentale di quello che sta accadendo dentro di noi.

La bellezza della neve, la poesia della traccia siglata sulla superficie intonsa, non sono motivazioni sbagliate. Sono un richiamo, un invito, una promessa. Ma non bastano, se restano soltanto sulla soglia dello sguardo. Ridurre il rischio, in montagna, non significa eliminarlo. Significa riconoscerne l’esistenza come parte integrante dell’esperienza, accettare che ogni scelta compiuta su un pendio innevato si inscrive in un equilibrio instabile, dove la possibilità dell’incidente, anche fatale, non può essere esclusa.

Non come esito inevitabile, ma come conseguenza possibile, insita nella natura stessa dell’ambiente e nel nostro desiderio di attraversarlo. La sicurezza, allora, non è una condizione definitiva né una conquista permanente, ma una tensione fragile, continuamente esposta al limite, che accompagna ogni passo, ogni curva, ogni decisione.

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