Gli animali e le piante vere vittime del clima

L’uomo può tuffarsi in piscina, mentre interi versanti boschivi stanno morendo per la siccità e la fauna selvatica si avventura pericolosamente in città e nei giardini in cerca di un po’ d’acqua

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Fino a pochi anni fa parlare di crisi idrica in un territorio ricco di sorgenti, boschi e montagne sarebbe potuto apparire una contraddizione. Eppure, oggi, siamo chiamati a confrontarci con una realtà che non può più essere ignorata: la riduzione delle precipitazioni, l’aumento delle temperature e la crescente frequenza di periodi di siccità stanno mettendo a dura prova l’equilibrio ambientale del Comasco così come la disponibilità di una risorsa essenziale come l’acqua.

Non si tratta soltanto di una questione ambientale, le conseguenze dell’emergenza idrica si riflettono sull’agricoltura, sulla gestione del verde, sugli ecosistemi naturali e, più in generale, sulla qualità della vita delle nostre comunità. I corsi d’acqua in sofferenza, i terreni sempre più aridi e la pressione crescente sulle reti di approvvigionamento rappresentano segnali evidenti di un cambiamento che sta modificando profondamente il nostro rapporto con il territorio.

Di fronte a queste trasformazioni sarebbe un errore limitarsi a rincorrere le emergenze, perché la sfida che abbiamo davanti richiede una visione più ampia, una visione capace di coniugare tutela ambientale, innovazione, pianificazione e, soprattutto, una responsabilità collettiva. Osservando la tendenza, penso che sia necessario imparare a gestire l’acqua con maggiore attenzione, valorizzando ogni strumento utile alla conservazione delle risorse idriche e promuovendo una cultura della sostenibilità che coinvolga istituzioni, imprese, scuole e cittadini.

Un cambiamento già in atto

Come Fondazione Minoprio, da sempre impegnata nella formazione e nella diffusione della cultura ambientale, riteniamo fondamentale contribuire a questo dibattito con spirito costruttivo e con la consapevolezza che il cambiamento climatico non è una prospettiva futura, ma una realtà già presente, una realtà quotidiana con la quale dobbiamo e dovremo fare i conti. I problemi legati alla siccità devono diventare un’occasione per riflettere sulle fragilità del nostro territorio, ma soprattutto per individuare percorsi concreti in grado di renderlo più resiliente e preparato per fare fronte alle sfide dei prossimi anni.

Foliage anticipato

Pur essendo la siccità e la temperatura ambientale componenti che toccano l’intero ecosistema, non di rado l’analisi e le varie considerazioni, in quanto fatte da noi “umani”, tendono ad essere antropocentriche, ovvero si tende a evidenziare maggiormente quanto riguarda l’“Homo sapiens”, anziché tutti gli organismi che ne sono coinvolti. In realtà la carenza idrica colpisce duramente innanzitutto i vegetali spontanei: i boschi, i prati, i pascoli e gli arbusti, perché non sono in grado di muoversi (ovviamente) e quindi non possono cercare l’approvvigionamento idrico, come invece è consentito agli animali. Così si vedono interi versanti di montagne ingiallire, praterie seccare, alberi anche di grandi dimensioni abortire le foglie, come se fosse autunno inoltrato.

Poi ci sono gli animali selvatici, i quali per abbeverarsi devono percorrere sempre più chilometri: prima in un torrente, poi nelle pozze residue e infine, se c’è la possibilità, nel lago, schivando le auto nell’attraversamento delle strade, infine, se fortunati, trovando un accesso al lago fra abitazioni e giardini recintati, con mura o pericolosi arpioni di ferro. Ma quelli che ancor di più rischiano sono i pesci e gli anfibi, che inesorabilmente fanno una fine atroce. Ci sono poi, animali e vegetali, che in un certo qual modo sono privilegiati perché accuditi dall’uomo. Gli animali da compagnia o allevati: cani, gatti, vacche, capre, pecore, galline ecc confortati dai loro proprietari che provvedono a somministrare loro acqua, negli alpeggi, nei pascoli, nelle stalle e nei pollai o nelle abitazioni. Ma quest’anno per le mandrie in alpeggio la vita è grama, l’erba seccata per il grande calore non è appetita e gli agricoltori devono riportare gli animali nelle stalle a valle o alimentarli con fieno proveniente dalla pianura e abbeverati con l’acqua portata in montagna con grosse taniche.

Purtroppo, quando la situazione è esasperata, si deve procedere all’abbattimento di vacche, pecore, ecc (specie dette da reddito), in quanto la gestione diviene economicamente insostenibile. Poi ci sono gli orti e i frutteti, dove l’abbinamento siccità e grande calore, seppure parzialmente alleviato con delle periodiche irrigazioni, consente di far sopravvivere le piante, ma di non fruttificare con regolarità. È il caso dei pomodori o dei fruttiferi, con gli aborti spontanei di foglie e frutti. Questo capita perché l’evapotraspirazione fogliare e il crescere in dimensione delle cellule dei frutti non sono compensate dalla capacità delle radici di prelevare acqua dal terreno. Così la pianta compensa l’assorbimento della parte epigea (di foglie e frutti) e tende a pareggiare la quantità di acqua assorbita dalle radici. In questo caso un aiuto può essere fornito dalle reti ombreggianti, in maniera da coprire i vegetali.

Ben diversa è la condizione delle coltivazioni estensive, in particolare per il mais, pianta tipicamente irrigua. La siccità causa il disseccamento dell’intera pianta e la conseguente indisponibilità di trinciato, ovvero l’alimento principe per le vacche, con gravi conseguenze per la zootecnia da carne e da latte! Infine, va sottolineato che questa siccità abbinata a un alto gradiente termico, pressoché costante per giorni e giorni, ha un effetto devastante sugli insetti, favorendone alcuni e annientandone altri. Fra quelli più danneggiati le api e in generale i glicifagi (che si nutrono di nettare), in quanto le piante non fioriscono e seccano e, quando riescono a fiorire, la quantità di nettare secreta è ridottissima. Per l’eccessivo caldo, questa estate in Sardegna milioni di api sono morte a causa della liquefazione dei favi di cera. Qualche effetto positivo ai fini antropici deriva dal fatto che, essendoci meno acqua stagnante, le popolazioni di zanzare non trovano le condizioni ideali per moltiplicarsi.

Quindi, se da un lato l’uomo può attenuare “l’effetto calore e siccità” con docce, piscine, usando abiti più “leggeri” e bevendo acqua fresca o bibite fresche, chi è vittima maggiore di una situazione climatica eccessiva sono gli animali, soprattutto selvatici e le piante, vittime di un clima che sempre più porta a modificazioni radicali, graduali e irreversibili del nostro ecosistema. Purtroppo, per finire, la memoria umana è breve; basta un acquazzone estivo e i vegetali in buona parte rinverdiscono, le praterie e i boschi si ripopolano, ma non illudiamoci, le modificazioni ambientali si misurano in millenni, non in decenni e il futuro, purtroppo, non sarà certamente migliore di oggi.

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