La Chiesa e gli indigeni: dopo le scuse le terre

La Santa Sede ripudia la “dottrina della scoperta” che dal XV secolo fino al 2005 ha giustificato confische a danno dei nativi “infedeli”. Si riaprono i contenziosi sulle loro proprietà

Quando gli europei hanno scoperto l’America alla fine del XV secolo, il “nuovo mondo” era in realtà già abitato da un vasto numero di popolazioni indigene, ricche di tradizioni culturali e religiose, di storia e, soprattutto, erano insediate su territori che consideravano di loro proprietà da molte generazioni. Fu la furia colonizzatrice delle potenze coloniali dell’epoca a espropriarli di tutto questo, a stravolgere il loro mondo, a cancellare quasi del tutto la loro presenza nel nuovo continente.

A guardarla così la storia della scoperta e della conquista dell’America, assume un altro aspetto; e in effetti è questa la prospettiva dei nativi americani su un capitolo chiave della storia moderna. E nella medesima direzione è andato anche papa Francesco l’estate scorsa quando si è recato in Canada per chiedere scusa, a nome della Chiesa, per i torti patiti dagli indigeni a causa dei comportamenti dei missionari cattolici. In particolare, Bergoglio faceva ammenda per il trattamento ricevuto dai ragazzi indigeni nelle cosiddette “scuole residenziali” promosse dal governo e gestite in gran parte da congregazioni religiose cattoliche.

Fra ’800 e ’900, in questi istituti dove di fatto venivano deportati con la forza i figli degli indigeni, morirono migliaia di giovani indiani a causa dei maltrattamenti, degli abusi, delle malattie, delle violenze subite.

La visita in Canada

Alla visita di Francesco del luglio 2022 in terra canadese, che era stata anticipata da un incontro avvenuto in Vaticano nell’aprile di un anno fa fra una delegazione delle popolazioni originarie e il Pontefice, è seguita nel marzo scorso, una decisione clamorosa da parte della Santa Sede: ovvero il ripudio ufficiale della cosiddetta “dottrina della scoperta”, una scelta che andava incontro alle richieste rivolte dai nativi americani al papa. Il cammino di riconciliazione fra Chiesa cattolica e popolazioni indigene, segnava così un passo concreto fondamentale andando oltre le parole, pure importanti, pronunciate da Francesco in pubblico, e gli altrettanto significativi risarcimenti economici pure disposti dalla conferenza episcopale del Canada nei confronti delle “prime nazioni”.

Le bolle papali

Con l’espressione “dottrina della scoperta”, ci si riferisce a una serie di bolle papali risalenti alla seconda metà del XV secolo, con le quali i papi dell’epoca attribuivano alle potenze coloniali europee la facoltà di espropriare le terre degli indigeni, popolazioni che andavano per di più cristianizzate. Nel secolo successivo, tuttavia, quei pronunciamenti vennero di fatto disconosciuti dalla Santa Sede, il danno, però, ormai era fatto e la dottrina della scoperta divenne la base giuridica per depredare, negli Stati Uniti, in Canada e altrove, le terre delle tribù indiane. Tanto che ancora nel 1823 la Corte Suprema degli Usa vi faceva riferimento per giustificare l’espropriazione di territori indigeni, e ancora nel 2005 nello stato di New York la dottrina della scoperta veniva richiamata in un contenzioso fra gli indiani Oneida e la città di Sherrill. Insomma, le conseguenze di quelle bolle papali arrivano fino ad oggi.

Nel documento vaticano si afferma senza giri di parole, che «La “dottrina della scoperta” non fa parte dell’insegnamento della Chiesa cattolica. La ricerca storica dimostra chiaramente che i documenti papali in questione, scritti in un periodo storico specifico e legati a questioni politiche, non sono mai stati considerati espressioni della fede cattolica. Allo stesso tempo, la Chiesa riconosce che queste Bolle papali non riflettevano adeguatamente la pari dignità e i diritti dei popoli indigeni». Il testo tocca pure la questione dell’impatto legislativo avuto dalla dottrina usata strumentalmente dai colonizzatori per accaparrarsi le nuove terre: «Il concetto giuridico di “scoperta” - si afferma infatti nella Nota - è stato dibattuto dalle potenze coloniali a partire dal XVI secolo e ha trovato particolare espressione nella giurisprudenza ottocentesca dei tribunali di diversi Paesi, secondo cui la scoperta di terre da parte dei coloni concedeva il diritto esclusivo di estinguere, mediante acquisto o conquista, il titolo o il possesso di quelle terre da parte delle popolazioni indigene. Alcuni studiosi hanno sostenuto che la base della suddetta “dottrina” si trova in diversi documenti papali, come le “Bolle Dum Diversas” (1452), “Romanus Pontifex” (1455) e “Inter Caetera” (1493)». Alla luce di questa storia, «Senza mezzi termini, il magistero della Chiesa sostiene il rispetto dovuto a ogni essere umano. La Chiesa cattolica ripudia quindi quei concetti che non riconoscono i diritti umani intrinseci dei popoli indigeni, compresa quella che è diventata nota legalmente e politicamente come “dottrina della scoperta”».

In un commento ufficiale al documento vaticano, il cardinale di origine portoghese José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione, ha osservato: «Questa Nota fa parte di quella che potremmo chiamare l’architettura della riconciliazione, ed è anche il prodotto dell’arte della riconciliazione, il processo in cui le persone si impegnano ad ascoltarsi, a parlarsi e a crescere nella comprensione reciproca. In tal senso, le intuizioni che informano questa Nota sono esse stesse il frutto di un rinnovato dialogo tra la Chiesa e i popoli indigeni». «È ascoltando i popoli indigeni - ha aggiunto il cardinale - che la Chiesa sta imparando a comprendere le loro sofferenze, il passato e il presente, e le nostre mancanze. È nel dialogo culturale che siamo impegnati ad accompagnarli nella ricerca della riconciliazione e della guarigione. Dobbiamo vivere l’arte dell’incontro».

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