La regina dei gialli? Una grande scrittrice

Cinquant’anni fa moriva Agatha Christie. Le terribili verità, umanamente e socialmente inconfessabili, contenute nei suoi romanzi fanno la differenza: affronta il problema dell’origine del male e della possibilità o meno di giustizia

Arduo dare un contributo un minimo nuovo e originale su una scrittrice di cui si è detto e scritto tantissimo, soprattutto nel mondo anglosassone e non. Ecco, magari partiamo da qui. Sulla grandezza di Agatha Christie, in quel mondo di lingua inglese, non ci sono dubbi: amata, letta e studiata senza soluzione di continuità, da sempre. Invece in Italia si fa ancora una certa fatica a trattarla da scrittrice e basta - di solito le si appioppa la dicitura «scrittrice di genere», nelle varianti «giallista», o peggio ancora «intrattenitrice».

Insomma, in Italia Agatha Christie sembra essere più un feticcio da esibire di tanto in tanto – sotto forma di citazione, nota a piè di pagina, curiosità, aneddoto –, che una fonte di ispirazione effettiva per altri scrittori (al massimo per quelli «di genere», senza ricordarsi che, come sogghignava sornione Ennio Flaiano, gli unici generi esistenti sono i mariti delle figlie…), mancando del tutto la possibilità di assurgere a oggetto di reale ammirazione e considerazione.

Il Meridiano

Per fortuna qualcosa si è mosso l’anno scorso, nel 2024, quando i Meridiani Mondadori, che da noi sono un po’ tempio e cassaforte di un canone di opere imprescindibili, l’hanno accolta festanti, con un’intitolazione singolare ma illuminante (“Fiabe gialle”), in un corposo volume curato da Antonio Moresco, scrittore poco “agathachristiano” (ma lettore appassionatamente “agathachristiano”, e forse proprio questa discrepanza rende il tutto ancora più interessante), estensore di una lunga introduzione ricca di spunti e nuovi punti di vista (“La recita della verità e della morte”), e di una dettagliatissima Cronologia. Senza scordarsi - come fanno ancora in tanti! - il servizio fondamentale reso dalle traduzioni, pregevolissime, sia le nuove di Michele Piumini, sia le storiche di altri virtuosi “passeur” (un nome su tutti: Giuseppe Lippi).

La stessa vita di Christie offre svariate spie particolarmente intriganti, su cui riflettere. In fondo, molti elementi dimostrano che volesse vivere la propria vita come un giallo, nonostante l’immagine rassicurante che alla fine si è imposta, grazia anche a certe sue dichiarazioni, chiaramente depistanti («La vita ha spesso una trama pessima. Preferisco di gran lunga i miei romanzi»).

Oltre alla Cronologia del Meridiano, ci viene in soccorso in questa direzione la recente biografia “La vita segreta di Agatha Christie” di Lucy Worsley (traduzione di L. Serra, Salani, 2024, oltre cinquecento pagine, a riprova di una vita vissuta intensamente).

Nasce Agatha Clarissa Miller, ma si impone come scrittrice con il cognome, singolarmente cristologico, del primo marito Archibald, da cui ben presto divorzia. Forse legata a questo (si dice che volesse far accusare il marito fedifrago di uxoricidio) c’è la famosa scomparsa del 1926, gli undici fantomatici giorni di dicembre che tennero sulle spine l’intera Inghilterra; anche se si parlò, forse più verosimilmente chissà, di una depressione per gli impegni di lavoro e la perdita della madre, nonché per la separazione dal marito (del resto viene ritrovata in un hotel dello Yorkshire registrata come Tressa Neele, il cognome dell’amante del marito Nancy Neele). Il tutto viene poi liquidato - diabolicamente, aggiungiamo noi - come amnesia. Ma siamo di fronte a un giallo a tutti gli effetti! E che dire dell’ostinazione a mettere “casalinga” sulla carta d’identità: un altro riuscitissimo depistaggio (del resto, il sottotitolo originale della biografia di Worsley recita proprio «Una donna elusiva»)!

Qualità della scrittura

Ma a consegnarla al pantheon della grande letteratura c’è, sempre e soltanto, la qualità della scrittura. Su due livelli. Un livello tematico e uno stilistico. L’originalità della trama è un falso mito - altrimenti ogni scrittore di fantascienza sarebbe un grande scrittore. I meccanismi dell’indagine e della suspense sono perfetti, non c’è dubbio - perfetto decalogo di Knox -, ma non bastano. Sono certe terribili verità, umanamente (ma soprattutto socialmente) inconfessabili, a fare la differenza: il problema morale dell’origine del male e della possibilità o meno di giustizia. In “E poi non rimase nessuno” (l’ex “Dieci piccoli indiani”, restituito al suo titolo originale molto più bello) l’assassino è un giudice. Ecco, dunque, il dramma del farsi giustizia da sé se la giustizia ufficiale non ci riesce - fra l’altro tremendamente attuale.

Un altro aspetto fondamentale è la grande ambiguità, la mancanza di una interpretazione unica, prevista invece dal giallo tout court. Come osserva finemente Alistair Rolls in uno studio del 2022, la narrazione di Agatha Christie è fondata sul dubbio. Nelle sue opere i significati e le possibili conclusioni si moltiplicano suggerendo più piani di lettura, demolendo così la struttura convenzionale del giallo, basata sulla soluzione finale, il trionfo della giustizia e la restaurazione dell’ordine sociale e morale. Per queste caratteristiche “L’assassinio di Roger Ackroyd”, votato nel 2013 come il più grande romanzo criminale di tutti i tempi dalla Crime Writers’ Association, è stato oggetto dell’analisi di giganti degli studi letterari come Tzvetan Todorov, Gérard Genette, Roland Barthes (vedete per caso il nome di un italiano?).

Altri colpi di genio: Agatha Christie prepara la fine dei suoi personaggi più famosi con decenni di anticipo (mentre il tanto decantato episodio della morte del commissario Montalbano è pura mistificazione). Parliamo di “Sipario. L’ultima avventura di Poirot” e “Addio, Miss Marple”. In “Sipario” appare un Hercule Poirot ormai invecchiato, incattivito, ridotto a “clown” secondo l’acuta definizione di Moresco, destinato a morire nelle stesse pagine del romanzo. In “Addio, Miss Marple” i toni sono meno traumatici, Jane Marple non muore ma in ogni caso si sancisce la sua ultima indagine.

Approccio epico

Da autentica plasmatrice epica - in fondo i gialli di Agatha Christie si configurano come dei veri e propri epos - la scrittrice gioca sapientemente con gli archetipi primordiali, tra cui la paura e il perturbante, fatti spesso reagire con il mondo infantile, da qui la presenza fittissima di filastrocche, nenie, un certo candore fanciullesco che si scandalizza per il male del mondo. Facciamo solo un nome, e che nome: “Giro di vite” di Henry James.

Se come sostiene il grande Cecil Day Lewis (poeta e giallista, nonché padre dell’attore Daniel) il giallo è il nostro vero mito contemporaneo, Agatha Christie non può che essere la nostra indefessa, intramontabile mitografa, vera e propria cantatrice omerica della contemporaneità.

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