L’uomo e il delfino: così vicini così lontani

Gli antichi greci hanno capito e cantato per primi l’intelligenza fuori dal comune di questo animale. Nel 1693 la svolta, quando un naturalista inglese lo classifica tra i mammiferi, ma tanti aspetti biologici e comportamentali restano un mistero

Nella storia della relazione tra la nostra specie e i delfini il 1693 è l’anno decisivo. È in quel momento, infatti, che il naturalista inglese John Ray classifica i “Cetae” all’interno della classe dei “Mammalia”. In altre parole, dichiara che il delfino e la balena sono mammiferi. Fino ad allora la confusione aveva regnato sovrana, anche se qualche indizio sulla reale natura di questi animali era già insito nel nome: delfino deriva infatti da “delphys”, che in greco significa “utero”, evidente segno della consapevolezza che non si tratti di un pesce e che partorisca piccoli vivi.

Non che Ray però bastasse a dissolvere i dubbi. Linneo, nella prima edizione del “Systema naturae” - uno smilzo libretto di poche pagine pubblicato nel 1738 - colloca ancora delfini, balene e focene tra i pesci e andrà avanti a farlo fino alla decima edizione (di migliaia di pagine) di vent’anni più tardi.

Somiglianze

Averne riconosciuta l’esatta appartenenza zoologica, del resto, sembra confermare quello che si sono già immaginati gli antichi: il delfino ha qualcosa di umano, ci assomiglia, e se deve aiutare chi è in difficoltà, lo fa più volentieri se quel qualcuno è uno di noi. È Erodoto a raccontarci la notissima avventura del citaredo Arione, che, tornando a Corinto carico d’oro dopo i successi musicali in Sicilia, viene rapinato dai marinai, gettato in mare, e salvato da un delfino che se lo carica in groppa conducendolo a riva.

Espressione di solidarietà non solo verso gli esseri umani, ma in particolare verso chi fa del canto la sua professione, come testimonia anche Aristofane che nella commedia “Le rane” scrive: “Dove il delfino amante/ della musica salta/ sulle prore azzurre”. La sensibilità musicale dei delfini ci viene indirettamente riferita anche da un’altra storia, che questa volta ha a che fare con Apollo - dio della musica, delle arti e della poesia - che, dopo aver ucciso il serpente messo a protezione del santuario della Pizia, prende i panni proprio di un delfino per condurre a Delfi coloro che saranno destinati a diventare i sacerdoti del suo santuario.

Salti e abissi

Anche altre divinità greche apprezzano i delfini: Poseidone si serve di uno di loro per rintracciare l’amata Anfitrite e in suo onore crea la costellazione del Delfino; Dioniso trasforma in delfini i pirati etruschi che lo avevano minacciato, salvando loro la vita. Che l’umanissimo delfino affascini quindi non c’è dubbio: spesso è protagonista nei miti fondativi di civiltà americane e aborigene, mentre nella cultura cristiana si fa simbolo di salvezza: come spiega Alan Rauch in “Il delfino” (edito da Nottetempo), «il delfino che si inabissa in profondità impenetrabili per poi risalire nuovamente a respirare aria, deve avere evocato un senso simbolico di battesimo e resurrezione».

Nell’iconografia - ne è testimonianza la marca tipografica del grande editore rinascimentale Aldo Manuzio - lo troviamo associato all’àncora: alla saggezza, prudenza e agilità fa da sostegno il legame con i princìpi cristiani. Insomma il delfino ha sempre goduto di ottima stampa.

Plutarco ne esalta l’intelligenza; Oppiano (poeta latino del II secolo d.C.), sulla scia di Aristotele, ne apprezza l’attenzione verso la prole; nel medievale “Bestiario di Cambridge” se ne ammirano la velocità e l’abitudine a seguire la voce umana; l’erudito Cesare Ripa, nell’“Iconologia” (1593), il testo fondativo degli emblemi cristiani dei secoli successivi, ne fa esempio di «animo piacevole, trattabile e amorevole»; né sorprende che in Francia il titolo di delfino definisca l’erede al trono. Poco importa che l’espressione non abbia tanto a che fare con l’animale, ma derivi invece dal “Delfinato”, la provincia che nel 1349 viene ceduta alla monarchia a condizione che ogni principe ereditario possa fregiarsi del titolo di “le Dauphin”. In definitiva, la grazia, la bellezza, la socievolezza, la capacità di comunicare, l’empatia unite alla dimestichezza con quelle acque marine che l’uomo ha spesso percepito come estranee, hanno attribuito al delfino la condizione di carismatico animale-guida. Per suo tramite gli uomini avvertono la possibilità di entrare in contatto con un altro modo di affrontare la vita, intriso di spiritualità.

È la dimensione della “fera” protagonista di “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo; è quanto si avverte nelle pagine di “La casa dei delfini” di Audrey Schulman (edito da e/o), storia del tentativo - realmente messo in atto negli anni Sessanta dello scorso secolo - di insegnare il linguaggio umano ai delfini che uno scienziato, il dottor Blum, affida a una giovane donna, Cora. O, ancora, è il tessuto connettivo del recente “Branco” (pubblicato da Mondadori), romanzo di Laline Paull, dedicato a una giovane ed eccentrica delfina in contrasto con i suoi conspecifici.

Ma questo stratificato e affascinante accumularsi di richiami culturali attorno al delfino presenta un evidente rischio, quello di cancellare il vero animale, di schiacciarlo in una prospettiva esclusivamente antropocentrica, trasformandolo in un essere immaginario modellato quasi esclusivamente sulla base di nostre sensazioni, a partire da quel “sorriso” con cui abbiamo letto la forma della sua bocca. Né si può trascurare che il suo fascino discenda anche dal mistero che lo circonda: Rauch, opportunamente, ricorda che uomini e delfini «si sono evoluti nell’ambito... di due distinte solitudini».

Dalla terra all’acqua

La conseguenza è che «sappiamo ben poco della biologia, del comportamento e del modo di comunicare di questi animali». I motivi non mancano. Studiarli nel loro ambiente naturale non è facile. Farlo in cattività comporta una serie di inconvenienti, non ultimi quelli di natura etica relativi al loro benessere. Con i delfini abbiamo commesso molti errori. Il più grave, spiega sempre Rauch, è stato «quello di studiarli convinti che fossero una sorta di indovinello da risolvere». I delfini però sono animali, non indovinelli. E, quando abbiamo cominciato ad orientarci, è stato evidente che sono tra gli animali più distanti da noi, seducenti non solo per quanto abbiamo loro attribuito, ma soprattutto per la loro storia di creature che 35 milioni di anni fa hanno abbandonato «la sicurezza della terraferma in favore di una vita interamente nell’oceano», diventando, 10 milioni di anni più tardi, quello che sono adesso. «Mossa evolutiva» di successo che ha indotto una ampia serie di «progressive e significative trasformazioni anatomiche, fisiologiche, biochimiche e comportamentali» per adattarsi alla vita del mare: dallo sviluppo di uno strato di grasso isolante alla formazione della pinna caudale; dalla definizione di una silhouette idrodinamica e fusiforme per ridurre l’attrito all’andatura a salti per mantenere la velocità; da un raffinato sistema di ecolocalizzazione alle strategie necessarie per respirare (la nascita “podalica”, lo svuotamento dei polmoni prima delle immersioni, il dormire con un occhio aperto); dalla vita sociale articolata alla lotta contro i predatori, su tutti gli squali.

Non tutti i lati oscuri sono stati compresi certo, per esempio non è ben chiaro quante siano le specie di delfini (per ora ne sono state accertate 36, compresa l’orca); minore incertezza esiste invece su un altro aspetto. Se oggi i delfini sono in difficoltà, se alcune specie si sono estinte, il responsabile è uno solo: sapiens.

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