(Foto di EPA/NASA)
Il rinnovato interesse per il nostro satellite non è dovuto solo al politicamente corretto che impone di mandarci una donna o a interessi economici. Pesa la sfida fallita del pianeta rosso
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Io c’ero.
Avevo solo 5 anni ed ero solo uno fra 3,6 miliardi di telespettatori, ma c’ero, il 20 luglio del 1969, quando un essere umano posò per la prima volta il piede su un altro corpo celeste. E c’ero anche il 21 ottobre del 2019, quando Mike Pence, inaugurando il Congresso mondiale di astronautica tenutosi a Washington nel cinquantenario dello sbarco sulla Luna, annunciò ufficialmente che ci saremmo tornati (tradizionalmente, infatti, è il Vicepresidente che tiene i rapporti tra il governo americano e la Nasa).
Naturalmente le due cose sono state molto diverse. La “prima volta” è sempre unica per definizione e “quella” prima volta lo era stata più di qualsiasi altra. Non poteva eguagliarla nemmeno il fatto di non essere più uno dei tanti, ma di trovarmi addirittura nella stessa sala con uno degli eroi dell’Apollo 11, l’inossidabile Buzz Aldrin, secondo uomo a mettere piede sulla Luna, che ci aveva appena chiamati “miei compagni in questa grande avventura”. Ma fu comunque molto emozionante.
Ho però l’impressione che, a parte l’ambito, relativamente ristretto, degli appassionati, non si abbia la stessa percezione. Sicuramente sarà molto diverso quando Artemis IV si poserà davvero sulla superficie lunare (forse nel 2028), ma il grande pubblico finora non si è appassionato molto, benché le prime due missioni del programma Artemis si siano già svolte con successo (la prima nel 2022, la seconda appena un mese fa).
Questo dipende in parte dal fatto che allo spazio ci siamo un po’ abituati e in parte dalla mentalità sempre affamata di novità in cui siamo immersi. Ci si entusiasma per i razzi di Space X che tornano sulla rampa di lancio non perché se ne comprenda davvero l’importanza, ma perché Elon Musk dice che ci porteranno su Marte (anche se non è vero), mentre la Luna sarà comunque una “seconda volta”. Ma soprattutto credo non sia chiaro cosa ci andiamo a fare e perché (a parte l’obiettivo di portarci la prima donna, che, con buona pace del politically correct, non basta certo a giustificare un’impresa - e una spesa - come questa).
Per molti anni anche gli addetti ai lavori si erano concentrati soprattutto su Marte. E c’erano delle buone ragioni. Per quanto affascinante, la Luna è solo una roccia: non ha una struttura, non ha una storia, è rimasta sempre identica a sé stessa fin dalla sua nascita e di certo non ha mai ospitato la vita, come invece potrebbe fare o almeno avere fatto Marte. Ma alla fine è stato proprio il Pianeta Rosso a cambiare le carte in tavola.
Un po’ alla volta, infatti, si è capito che andarci è molto difficile. E ancor più tornare indietro (possibilmente vivi). I problemi sono due: i raggi cosmici e la gravità (assente nello spazio e molto bassa su Marte), che in un viaggio di circa tre anni sarebbero fatali a chiunque. Per questo al momento nessuno sta progettando una missione umana su Marte, per non dire della colonizzazione, che è pura fantascienza, benché Elon Musk ne straparli di continuo. Ma le sue tecnologie, per quanto straordinarie, non hanno nulla a che fare con questi due problemi.
È vero che alcuni astronauti sono stati nello spazio per molti mesi, ma quando sono tornati sulla Terra i loro muscoli erano così atrofizzati che hanno dovuto affrontare un lungo periodo di riabilitazione. Inoltre, le stazioni spaziali sono protette contro i raggi cosmici dal campo magnetico terrestre. Nello spazio interplanetario, però, non c’è nessun campo magnetico e su Marte non ci sono né infermieri né cliniche. Così a un certo punto la Luna è tornata di moda. Sarà anche meno interessante di Marte, ma almeno ci possiamo andare (e tornare) quando vogliamo, mantenendo entro limiti tollerabili la bassa gravità e l’esposizione ai raggi cosmici. E qui sì che i razzi riutilizzabili di Musk potrebbero tornare utili (oltre che per lanciare satelliti, che sono il suo vero business). Inoltre, una base permanente permetterebbe di svolgere ricerche scientifiche complesse, come la costruzione di un radiotelescopio sulla faccia nascosta della Luna (l’unica zona del Sistema Solare completamente schermata dalle trasmissioni radio terrestri), il cui progetto risale agli inizi del secolo.
È invece una balla cosmica l’idea che se ne possano trarre vantaggi economici diretti. Le miniere lunari e gli hotel spaziali sono irrealizzabili perché avrebbero costi spaventosi e il minimo incidente causerebbe una strage (lo spazio è un ambiente molto ostile). Il vero ritorno economico sarà perciò, come sempre, quello indiretto, prodotto dalle tecnologie sviluppate per lo spazio, che poi tornano utili anche sulla Terra. E magari pure per Marte, compresa l’astronave per andarci (se mai ci riusciremo), che, costruendola lì, per partire affronterebbe una gravità appena un sesto della nostra. Ma non è questo il vero motivo per cui vale la pena tornare lassù.
Il grande problema del nostro tempo è che ormai sembra interessarci soltanto la tecnologia. Una volta Buzz Aldrin lo sintetizzò così: «Mi avevano promesso Marte, mi hanno dato uno smartphone». Bene, la Luna non sarà Marte, sarà pure una “seconda volta”, ma chi ha meno di 57 anni non ha mai visto coi suoi occhi degli esseri umani camminare su un altro mondo. Quando accadrà, forse si accorgeranno che è diverso da un film o da un videogioco. E allora, forse, alzeranno finalmente lo sguardo dai loro smartphone e torneranno a guardare con stupore qualcosa che non è opera nostra.
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