Memoria e ferite: il golpe cileno in dieci film

Cinquant’anni fa la presa del potere da parte di Pinochet. Un dramma che lascia ancora strascichi, anche nel cinema. Tra gli esiti migliori la trilogia di documentari di Guzmán e “Machuca” di Wood. Lo sguardo di Larraín il più originale

«Oggi ho visto “La battaglia del Cile”, il documentario di Patricio Guzmán. Ne conoscevo solo qualche frammento [...], che avevano proiettato qualche volta a scuola, ormai in democrazia. Ricordo che il presidente del Centro studentesco commentava le scene e ogni tanto fermava la pellicola per dirci che vedere quelle immagini era più importante che imparare le tabelline». La memoria è un bisogno imprescindibile per chi ha sofferto sotto le dittature, e per evitare che si ripetano, ma non è facile arrivare a una visione condivisa quando ci si ritrova in classe con «figli di persone assassinate, torturate, scomparse» e «anche figli di carnefici», mentre il professore, cugino di un “desaparecido”, ti guarda con disprezzo se gli rispondi di essere figlio di genitori che «si erano mantenuti ai margini». Tutte cose che capitano ad Alejandro Zambra nel romanzo autobiografico “Modi di tornare a casa” (Mondadori, 2013).

Dal suo libro riprendiamo anche l’idea del cinema per “fare memoria”. Un’idea non nuova, ma in questo caso più che mai valida, perché raramente un regista cileno nell’ultimo mezzo secolo ha potuto prescindere dal fare i conti con il golpe militare avvenuto l’11 settembre 1973. E ancora oggi, 35 anni dopo il plebiscito indetto da Pinochet il 5 ottobre 1988, con il popolo che rispose “no” ad altri otto anni di regime sotto la sua presidenza, la transizione cominciata allora non sembra essersi ancora conclusa felicemente. Lo dimostra il più recente plebiscito, quello del 4 settembre 2022, in cui lo stesso popolo che l’aveva sollecitata, ha detto “no” anche alla nuova Costituzione del governo «più progressista del mondo», quello di Daniel Boric.

La trilogia di Guzmán

Essendo sterminata la filmografia in tema, limitiamo la scelta a dieci film, non per il gusto di stilare classifiche, bensì per necessità di porsi un limite. Si consiglia di partire proprio da Patricio Guzmán (classe 1941, residente in Francia, dove ha vissuto gran parte della vita post golpe), ma non dalla “Battaglia del Cile”, bensì dalla trilogia della maturità, quella in cui ha saputo creare una straordinaria e poetica chiave interpretativa del suo paese , fondendo storia e paesaggio, entrambi restituiti in maniera intima e coinvolgente attraverso le storie personali dei testimoni che ha incontrato. Il primo tassello è “Nostalgia della luce” (2010), girato nel deserto di Atacama tra scienziati che puntano al cielo per scoprirne i segreti attraverso uno dei telescopi più potenti al mondo e donne che sotto la sabbia non hanno smesso di cercare i resti di mariti e dei figli segregati dai militari. Il secondo è “La memoria dell’acqua” (2015), altro elemento vitale del Cile, soprattutto al Sud, in Patogonia, e che nella pancia si è ritrovato “el bóton de nácar” (“il bottone di madreperla”, titolo originale del film). Anzi, più di uno, appartenuti, in secoli diversi, a Jimmy Button e ad altri componenti dei popoli originari strappati alla loro vita da persone “insospettabili” come Charles Darwin, e a vittime del regime pinochetista, gettate nel Pacifico dagli elicotteri legate a pezzi di binari, in modo che non riemergessero più. Il capitolo più recente - “La cordigliera dei sogni” (2019) - è anche il più intimo: tocca le Ande, splendida barriera che però isola il Cile dal resto del mondo, e l’esperienza personale del regista esule, ma anche un bisogno diffuso di giustizia sociale che dal ’73 arriva, insoddisfatto, fino ad oggi.

Vale la pena di vedere anche i documentari più tradizionali e militanti di Guzmán come “La battaglia del Cile”, “Salvador Allende” e, soprattutto, “Cile - Il mio paese immaginario” (2022), che dà conto delle speranze legate all’ultima stagione di rivolte, connettendola con quella che precedette l’elezione di Allende. Ma, purtroppo, come mostrano la crescente impopolarità dell’attesissimo governo Boric e le stesse immagini degli scontri tra manifestanti e “carabineros”, posti in un antagonismo che avrebbe fatto sorridere Pasolini (non risolto dalla testimonianza di una rivoluzionaria il cui figlio vorrebbe fare proprio il poliziotto), la situazione del Cile è più complessa di quello che riesce a cogliere una visione partigiana. La complessità, invece, emerge nella trilogia consigliata.

Ci parla del golpe, ma a ben vedere anche del Cile (e del mondo) di oggi, un quarto film di alta qualità etica ed estetica: “Machuca” di Andrés Wood. I protagonisti sono due bambini di 11 anni, uno di famiglia povera e l’altro ricca, che vivono a Santiago e diventano amici perché frequentano entrambi il collegio privato gestito da un uomo, padre McEnroe, che sta provando a suo modo a superare le barriere che dividono un Paese dove oggi si registra la più alta sperequazione al mondo. La vicenda si svolge nel 1973 e sullo sfondo si stagliano, sempre più pervasive, le lotte politiche che culminano nel golpe. Il regista sceglie da che parte stare - e non è certo quella di Pinochet - ma riesce ad andare oltre il film di denuncia, a creare una narrazione che prova a trovare dei valori unificanti.

Dal golpe è partita anche la carriera della stella più luminosa del cinema cileno contemporaneo: il regista Pablo Larraín, che, per tornare al discorso di Zambra, non si fa condizionare dai genitori filopinochetisti. Anche lui è autore di una trilogia sul tema, di cui merita soprattutto il terzo capitolo,“No, i giorni dell’arcobaleno” (2012), dedicato alla campagna che precedette il plebiscito del 1988. Una sfida vinta dai partiti democratici sfoggiando sorrisi e colori al posto della rabbia e della seriosità dei più intransigenti, finiti in minoranza. Una vittoria, certo, ma, si legge in controluce (quella luce che ogni tanto il regista fa entrare inaspettatamente nell’obiettivo), con qualche compromesso culturale, che ancora non trova soluzioni.

Dal vero “Postino” a Moretti

Imperdibile anche la versione originale de “Il postino”, non quella annacquata di Redford e Troisi: “Ardente Paciência” (1983) di Antonio Skármeta, che dal film ricavò anche un romanzo (e non viceversa, come molti pensano e scrivono). Qui la storia finisce con la casa di Neruda circondata dai militari e il postino (un grande Oscar Castro, morto di Covid due anni fa a Parigi, dove era andato in esilio) che riesce a raggiungerla “scalando” il pendio che la separa dall’oceano, per leggere al poeta malato due telegrammi giunti dalla Svezia e dal Messico: entrambi i paesi gli offrono asilo politico. Nella scena finale il postino è invitato da due inquietanti uomini in borghese a seguirlo per “qualche domanda di routine”. La fine della vita di Neruda, invece, è un caso ancora aperto.

Completano la decade quattro pellicole meno imprescindibili, ma che aggiungono tasselli importanti: “Dawson Isla 10” (2009) di Miguel Littín sull’isola della Patagonia dove vennero internati i più stretti collaboratori di Allende; “Colonia” (2015) di Florian Gallenberger, che solleva il velo di omertà su una comunità religiosa fondata da un ex nazista che si era trasformata in un lager per i prigionieri politici di Pinochet; “Santiago Italia” (2018) di Nanni Moretti, che ricostruisce il ruolo della nostra ambasciata in Cile, divenuta isola di salvezza per tanti perseguitati; “Massacre at the Stadium” (2019), girato da Bent-Jorgen Perlmutt per Netflix, inchiesta sulla morte di Victor Jara, in cui l’assassino del cantautore è scovato e intervistato a Miami, in quegli Stati Uniti complici (quasi) impuniti di Pinochet e delle sue efferatezze.

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