Se muore un animale: l’esempio di Francesco

La scomparsa del cane o del gatto è un momento importante, soprattutto per un bambino, e va celebrato perché la celebrazione della morte è fondamentale per umanizzarla

Lettura 4 min.

Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale, / da la quale nullu homo vivente pò skappare: / guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; / beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, / ka la morte secunda no ’l farrà male. (Francesco d’Assisi, “Cantico delle creature”)

Perché parlare di morte a proposito della natura? E perché addirittura lodare quello che parrebbe essere il nostro acerrimo nemico? La natura ci offre un continuo spettacolo di morte, e forse l’educazione alla morte, della quale a nostro parere i nostri figli hanno così tanto bisogno, può essere il primo e più importante risultato di una educazione ecologica.

Come si prepara e come si gestisce l’emozione e la tristezza di un bambino di fronte alla morte, per esempio di un animale? Il primo passo consiste nell’accettare e nel far accettare la morte; un passo che ovviamente non può essere compiuto al momento della morte ma deve essere anticipato. Il rapporto tra uomo e cane/gatto è segnato inevitabilmente dalla morte, per la discrasia notevolissima nelle aspettative di vita delle due specie. Prendere in casa un randagio significa strapparlo a una morte assurda ma anche direzionarlo verso un’altra morte, che presumibilmente ci vedrà testimoni. Il bambino deve capire che il rapporto con l’animale è fragile, molto più fragile del rapporto con l’altro essere umano, anch’esso ovviamente esposto al rischio della morte, ma in modo più equilibrato.

Prepararsi all’assenza

Le possibilità che io veda la morte di questo cucciolo di gatto che oggi entra a casa mia sono elevatissime: dunque occorre che io sia preparato alla sua assenza, il che significa che il nostro rapporto non deve essere di dipendenza assoluta ma deve prevedere spazi di distacco e di lontananza. In questo senso la dimensione dell’accettare la morte dell’animale sfuma in quella del preparare l’evento: mentire ai bambini sulla possibilità di salvezza di un cane che ha avuto un incidente o semplicemente sta arrivando alla fine dei suoi giorni può anche essere segno d’amore, ma certamente non li aiuta a prepararsi al giorno in cui inevitabilmente l’amico a quattro zampe non sarà più con noi. In qualche caso ai bambini è interdetta addirittura la possibilità di esperire la morte dell’animale: si racconta loro che il gatto è scappato e non lo si trova più quando invece lo si è da poco sepolto in fretta e furia.

Proprio la morte dell’animale insegna al bambino che la morte fa parte della vita e le conferisce un senso, che la memoria e la nostalgia sono i modi umani per non tradire chi se ne è andato per sempre e che semmai è il silenzio sulla morte a costituire il vero tradimento. Come può cogliere la differenza qualitativa tra il morire in un’area di servizio dell’autostrada e lo spegnersi tra le braccia amorevoli del padrone un bambino al quale non viene nemmeno detto che il suo cane è morto? Come potrà sviluppare la “pietas” verso tutti gli esseri viventi se non ne avrà sperimentato, tragicamente ma con la vicinanza affettuosa e consolatoria dell’adulto, la fragilità e la precarietà?

È invece l’esperienza dell’accompagnare l’animale verso la morte ad essere fortemente educativa: non solo nel senso di prendere insieme all’adulto la tragica decisione di sopprimere eventualmente un cane quando il veterinario lo consiglia ma anche nella dimensione più ampia di trovare uno spazio e un tempo per salutare l’amico che ne n’è andato, per parlargli, per augurargli buon viaggio. Il cane morto è un essere vivente che ci ha lasciato, non un cadavere o uno scarto da eliminare nel modo più efficace possibile: dunque merita un saluto, una carezza, un ultimo sguardo, per i credenti un’ultima preghiera. L’eccesso delle pietre tombali ricchissime e costosissime è pari allo squallore della pura e semplice eliminazione di un cadavere: di fronte a cani che vegliano i loro padroni morti per tutta la notte, che vanno a piangere sulle loro tombe, che non prendono più cibo attendendo il loro ritorno, chi rifiuta al proprio bambino il diritto di dare un’ultima carezza al cagnolino morto dovrebbe semplicemente provare vergogna.

Una volta accettata la morte del nostro amico non umano occorre saperla celebrare: ogni celebrazione della morte è anche e soprattutto una sua umanizzazione, un tentativo cioè di farla entrare nel recinto umano della cultura; la pietà per l’animale morto si trasforma in struttura per comunicare agli altri il proprio dolore e il proprio lutto. Si tratta di una forzatura umana? Forse: ma sempre il rapporto con la morte, animale o meno, ci pone sul versante della cultura. La morte non celebrata rimane fatto biologico, fisico, disumano nel senso più pieno e meno moralistico del termine; quando osserviamo il leone che sbrana la gazzella solamente la freddezza di certa scienza vivisezionistica ed estremisticamente darwiniana può illuderci di consolarci dicendo che di tratta di una legge di natura; la pietà che proviamo per la preda, al di qua di qualunque considerazione scientifica, è forse il segno dell’umano e deve essere insegnata ai bambini perché siamo convinti che non si tratti di una emozione innata ma del portato di quanto di meglio è ospitato nel nostro concetto di civiltà.

Fare memoria

La celebrazione della morte del cane o del gatto si nutre del ricordo dell’amico morto: anche qui non vi sono regole fisse: c’è chi ha bisogno di circondarsi di fotografie dell’animale, chi invece deve bruciarne il collare e la coperta; la cosa essenziale è che ognuno a suo modo, e i bambini guidati dagli adulti, imparino a fare memoria della morte del cane o del gatto, a trasformare questo evento in fin dei conti assurdo in qualcosa di padroneggiabile a livello razionale ed emotivo.

Il tutto poi porterà alla difficile decisione di adottare un altro cane: molto spesso abbiamo sentito persone che hanno perso un cane dire “Mai più un altro animale”: reazione del tutto normale soprattutto nei primi tempi, anche se poi fortunatamente si scopre che un’altra relazione d’amore con un animale è possibile, purché non si tratti unicamente di tappare un buco affettivo o di pretendere che il nuovo amico sia uguale allo scomparso. Forse dopo avere riallacciato una relazione significativa con il nuovo animale, magari adottato dal canile, si potrà comprendere come la morte del precedente sia stata per lui una possibilità di nuova vita.

Infine la morte dell’animale è da narrare: la morte è metamorfosi, cambiamento, dinamismo; e soprattutto è un evento che rientra nell’orizzonte culturale, non è solamente spreco ma produzione di senso. Se da bambini qualcuno ha risposto alla tragica domanda “Dov’è adesso il gatto?” e l’ha fatto mettendo in campo una fantasia affettuosa e turbata, forse da grandi sappiamo affrontare la morte nostra e altrui con uno spirito diverso. Anche perché sapremo cogliere il mondo come una solidale catena di esseri viventi, tutti esposti nella loro nudità al pungiglione della morte, tutti però abbracciati nel progetto forse impossibile di conferire un senso a tutta questa strana avventura.

© RIPRODUZIONE RISERVATA