Supertassasuituristi: cosìilBhutansitutela

Per visitare il piccolo paese ai piedi dell’Himalaya bisogna versare cento dollari al giorno. Un contributo per lo sviluppo sostenibile di uno stato che ha inserito nella Costituzione “l’indice di felicità” e il 60% di superficie boschiva

Tra le rive del Lario e i picchi innevati del Bhutan corre una distanza geografica enorme. Esiste tuttavia una sorprendente tensione in comune: come accogliere il crescente “iperturismo” senza perdere l’identità dei luoghi? Negli ultimi anni il dibattito sul turismo sostenibile si è intensificato in molte destinazioni che registrano un forte incremento di visitatori. E sarà interessante mettere a confronto due modelli di gestione del fenomeno.

Il Lago di Como vive notoriamente una stagione di straordinaria visibilità internazionale. Celebrità del cinema, social network e investimenti di grandi compagnie sugli alberghi hanno trasformato le sue sponde in una vetrina permanente dell’Italian lifestyle. In ogni angolo del pianeta i borghi lariani sono ormai conosciuti come mete del turismo di lusso. A questo ha corrisposto una crescita economica evidente, con ricadute positive sul lavoro e sull’indotto generato, dai taxiboat alle case vacanza, dai ristoranti stellati ai festival di musica e design. Con i benefici economici sono arrivate anche delle criticità: impennata dei prezzi immobiliari, sovraffollamento di treni e battelli, pressione sui servizi, perdita della qualità della vita dei residenti.

Da parte sua, il piccolo regno buddista del Bhutan, tra le cime dell’Himalaya, è popolato da sole ottocentomila persone e coperto al sessanta per cento da foreste. L’interesse verso questa destinazione lontana e appartata è però cresciuto moltissimo negli ultimi dieci anni grazie all’ apertura delle sue frontiere, alla crescita dei collegamenti aerei e a nuove strutture ricettive. Pur restando gli indiani il principale gruppo di visitatori, la crescita delle presenze arriva da Stati Uniti, Cina, Singapore, Regno Unito e Germania. Nel 2025 si è registrato un aumento di visitatori non indiani del 56% rispetto al 2024.

Nonostante la forte espansione turistica, il modo di approcciare e gestire i flussi che premono su questo paese fino a poco tempo fa non molto conosciuto ed ora così in voga, ha fatto del Bhutan un vero e proprio caso. «Consapevole del valore del suo ambiente incontaminato e della sua ricca cultura, il Bhutan ha messo in atto diverse misure e strategie per proteggersi dall’impatto del turismo», spiega Carissa Nimah, al vertice di uno dei Dipartimenti del Ministero del Turismo del Bhutan.

In primis i livelli di ingressi restano inferiori alle grandi destinazioni turistiche asiatiche, coerentemente con il modello scelto dal piccolo stato che ha costruito il proprio sviluppo turistico su un principio chiaro: “High value, Low impact”, alto valore e basso impatto. Una filosofia che comincia con il limitare il numero degli arrivi per preservare ambiente, cultura e benessere degli abitanti. Continua Nimah: «La tassa giornaliera per lo sviluppo sostenibile aiuta a finanziare progetti che migliorano infrastrutture, servizi e programmi per preservare tradizioni culturali, ambiente e resilienza delle comunità».

Il sistema messo a punto in Bhutan ruota infatti attorno alla “Sustainable Development Fee”, una tassa da 100 dollari al giorno per persona, pensata non solo come contributo economico ma anche come strumento di selezione dei flussi. «Il Bhutan ha adottato un approccio unico che privilegia la conservazione dei nostri ecosistemi che vanno dalle pianure subtropicali alle ripide montagne e alle loro valli. Con questa politica il Paese accoglie viaggiatori responsabili e consapevoli in cerca di esperienze autentiche», sottolinea Nimah. Nel 2025 il turismo ha generato oltre 43 milioni di dollari solo attraverso la “Sustainable Development Fee”, con un aumento del 49% rispetto al 2024. Questo dato non include la spesa dei turisti per hotel, ristorazione, trasporti e guide, quindi l’impatto economico complessivo è molto più elevato.

Quello del Bhutan è un modello che può apparire agli antipodi di quello del Lago di Como, dove il turismo è storicamente aperto, dinamico e profondamente integrato nell’economia locale. Ma proprio questa apertura rende oggi più difficile governare l’equilibrio tra attrattività e sostenibilità. Il confronto tra le due realtà diventa così emblematico. Da una parte un territorio europeo facilmente accessibile, immerso nelle logiche del turismo globale e della mobilità continua; dall’altra un Paese che ha trasformato il proprio relativo isolamento in una leva strategica.

«Il modello turistico del Bhutan bilancia i benefici economici con il mantenimento di una natura il più possibile incontaminata», spiega ancora Nimah. «In questo modo l’impatto dei visitatori è in linea con gli obiettivi di conservazione e sviluppo a lungo termine del Paese». Il cuore della filosofia bhutanese è però ancora più profondo. Riguarda il modo stesso di concepire lo sviluppo. Nel regno buddista himalayano il benessere non viene misurato esclusivamente attraverso il PIL, il prodotto interno lordo, la quantità di ricchezza generata. Tra queste montagne a contare è anche l’Indice di Felicità Nazionale Lorda, il celebre GNH (Gross National Happiness).

«L’Indice di Felicità Nazionale Lorda è un approccio per misurare il benessere della popolazione bhutanese», dice Nimah. «Comprende nove ambiti e 33 indicatori e serve anche a progettare politiche capaci di migliorare le situazioni più deboli emerse dalle indagini che conduciamo periodicamente». Secondo questa visione, la tutela del paesaggio non è un vincolo allo sviluppo economico, ma parte integrante della crescita del Paese. La Costituzione stessa impone che almeno il 60% del territorio resti per sempre boschivo. «Il Bhutan pone la tutela del paesaggio al centro del proprio sviluppo nazionale. Le aree protette formano un vasto corridoio ecologico che permette la libera circolazione della fauna selvatica», afferma Nimah. «Il Paese integra anche la conservazione basata sulla comunità, responsabilizzando le popolazioni locali attraverso progetti di agricoltura sostenibile, ecoturismo e gestione forestale».

Una filosofia che inevitabilmente alimenta il dibattito anche in Italia. Sul Lago di Como amministrazioni e cittadini cercano oggi un equilibrio sempre più difficile da trovare. Le amministrazioni locali hanno adottato misure per contenere gli effetti negativi del sovraffollamento, investendo nel trasporto pubblico, nella promozione di itinerari alternativi meno conosciuti e nella destagionalizzazione. Tuttavia il modello dominante rimane quello della crescita dell’attrattività turistica. La sensazione diffusa è che questo successo, se non governato, rischi di consumare proprio quella bellezza che lo ha generato. E’ chiaro che il modello bhutanese non è facilmente replicabile. Le sue regole rigide - dalla tassa giornaliera ai controlli sugli ingressi - funzionano in un contesto geografico, politico e demografico molto particolare. Lo stesso Bhutan respinge l’idea che sostenibilità significhi rinunciare allo sviluppo. «Non è vero che non abbiamo mai dato priorità allo sviluppo economico», precisa Nimah. «Ma l’obiettivo è garantire che sull’altare della crescita non si sacrifichino, compromettendoli, ambiente, cultura, patrimonio, qualità della vita e identità ». E forse sta proprio qui il punto di contatto più forte tra il Bhutan e il Lago di Como. Non nella possibilità di applicare le stesse regole, ma nella necessità di pensare attentamente al rapporto tra turismo e territorio. La vera sfida non è fermare i flussi, ma governarli con scelte politiche precise per non snaturare i luoghi, trovando un equilibrio tra attrattività e capacità di carico dei territori. E facendo della sostenibilità il criterio guida delle politiche turistiche. Tra le acque del Lario e le vette himalayane emerge così una stessa consapevolezza: il turismo può essere una risorsa straordinaria se smette di essere consumo del territorio e diventa relazione privilegiata.

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