Adhd, attenzione ai sintomi: pochi ricevono cure giuste
Salute Il 4% di bambini e adolescenti manifesta il disturbo da deficit dell’attenzione. La terapia? Una combinazione di interventi diversi, di tipo psicologico, educativo e in alcuni casi farmacologico
Cresce anche nel nostro Paese il numero di diagnosi di Adhd (Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività). Si tratta di un disturbo del neurosviluppo multifattoriale che ha un esordio tipico nell’infanzia, anche se la diagnosi può arrivare dopo anni. Ne abbiamo parlato con Massimiliano Dieci, responsabile dell’Unità Operativa di Riabilitazione Psichiatrica degli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza.
Dottore, anche in Italia si sente sempre più spesso parlare di un crescente numero di diagnosi di Adhd, ma c’è realmente un aumento di casi o è importante interpretare i dati in altro modo?
In Italia, ma più in generale nel mondo occidentale, si assiste ad un aumento di diagnosi di Adhd sia nei giovani sia negli adulti. I dati epidemiologici ci dicono che circa il 4% dei bambini/adolescenti manifesta questo disturbo e circa il 3% degli adulti con una netta prevalenza nei maschi rispetto alle femmine, soprattutto nelle fasce di età più basse. Sicuramente la prima causa di questo aumento delle diagnosi è la maggiore attenzione al problema e alla diagnosi, cioè l’emersione di un sommerso in passato non riconosciuto. È ancora argomento di dibattito scientifico se esista un reale aumento di casi legato forse alla maggiore esposizione di bambini e ragazzi a contesti di stimolazione cognitiva e attentiva sempre più rapidi e mutevoli tipici del mondo digitale.
Ci aiuta a capire che cos’è l’Adhd e quali i sintomi tipici?
Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione e Iperattività è un disturbo del neurosviluppo, cioè connesso alla fase di sviluppo del sistema nervoso centrale, che comporta una differenza con cui il cervello gestisce alcune funzioni come l’attenzione e l’energia. Va subito detto che lo spettro di gravità con cui questo disturbo si manifesta è ampissimo e va da forme lievissime, in cui i sintomi sono minimi e gestibili, a forme molto gravi in cui è compromesso il funzionamento a molti livelli. I sintomi classici sono la difficoltà a mantenere l’attenzione, l’iperattività e l’impulsività. Non tutti e tre questi sintomi si manifestano allo stesso modo, ad esempio nelle donne e negli adulti tende a manifestarsi di meno l’iperattività.
Quali le cause?
È certamente un disturbo multifattoriale in cui la genetica ha un ruolo importante. Il dato più forte in questo senso è la concordanza di patologia fra gemelli monozigoti, cioè persone che condividono lo stesso patrimonio genetico: se uno dei due gemelli ha un Adhd la probabilità che anche il secondo gemello sia affetto è circa dell’80%. La genetica del disturbo è complessa e probabilmente sono coinvolti molti geni ed esistono molte varianti genetiche. Probabilmente giocano un ruolo anche fattori ambientali perinatali, come la nascita prematura, e tossici. A livello neurobiologico i dati più noti sono le alterazioni del sistema dopaminergico e noradrenergico ma anche alterazioni delle connettività neurale.
Esiste un’età di esordio? Oggi sentiamo molti personaggi dello spettacolo raccontare di aver avuto la diagnosi solo in tarda età, ha senso?
L’età tipica di esordio del disturbo è l’infanzia anche se la diagnosi può essere posta anche solo molti anni dopo o nell’età adulta. Questo ritardo di diagnosi dipende da molte cause, dall’attenzione del contesto per i sintomi, dalla capacità delle persone di compensare, ad esempio le persone con elevato quoziente intellettivo riescono a gestire meglio il deficit di attenzione, dalla prevalenza di sintomi disattentivi meno facilmente riconoscibili rispetto a sintomi di iperattività. È oggetto di dibattito scientifico se possa esistere un vero esordio nell’età adulta, l’ipotesi più credibile è che forme minori non siano state riconosciute nell’adolescenza.
In chi ha l’Adhd è vero che c’è un rischio aumentato di incorrere in dipendenze o altre problematiche nell’età adulta? E’ vero che può essere associata a autismo?
L’Adhd spesso si associa ad altri disturbi del neurosviluppo come i disturbi dell’apprendimento e i disturbi dello spettro autistico. Anche se l’argomento è ancora dibattuto nella comunità scientifica molti dati suggeriscono che persone con Adhd abbiano nella vita adulta maggiori probabilità di sviluppare disturbi dell’umore, ansia, dipendenze, soprattutto da stimolanti e disturbi di personalità, soprattutto borderline e antisociale.
Ma come avviene la diagnosi di Adhd e quale specialista deve porla?
La diagnosi di Adhd è clinica, ovvero si basa sulla raccolta di dati anamnestici e sui sintomi attuali. Anche se sono note alcune alterazioni biologiche ad oggi non esiste nessun marcatore biologico capace di sostituire la diagnosi clinica. Il percorso diagnostico è complesso e va condotto da specialisti esperti del disturbo, ovvero neuropsichiatri infantili o psichiatri. Spesso è importante poter accedere a dati del passato come il funzionamento scolastico e relazionale. È pure fondamentale capire se accanto all’Adhd esistono altre dimensioni psicopatologiche.
Una volta posta la diagnosi quali i trattamenti oggi possibili?
La terapia dell’Adhd dovrebbe essere sempre una combinazione di interventi diversi, cioè psicologico, educativo e in alcuni casi farmacologico. Sono oggi disponibili alcuni farmaci come l’atomoxetina e il metilfenidato che nelle forme più gravi possono essere di grande aiuto.
Vista la crescente attenzione dei media negli ultimi anni su questo disturbo in alcuni è sorto il dubbio che si tratti spesso di una moda. Quali possono essere i rischi di una diagnosi impropria?
È senz’altro vero che in questi ultimi anni c’è stata una grande attenzione mediatica su questo disturbo. La situazione è ancora, diciamo, un po’ confusa: se da un lato capita di trovarsi a confrontare con pazienti o genitori che ritengono di avere o aver visto nei figli questa patologia, dall’altro i dati italiani dicono che tra i ragazzi solo una piccolissima percentuale viene curata e riceve una terapia adeguata.
Quale consiglio si sente di dare ai genitori che hanno da poco ricevuto una diagnosi di Adhd per il proprio figlio/a?
Il primo consiglio è di evitare di pensare automaticamente che si tratti di una malattia grave, il secondo di rivolgersi a persone competenti che possono fornire soluzioni efficaci. Un aspetto poco noto, ma da conoscere, è che le persone con Adhd spesso hanno un funzionamento cognitivo e una creatività particolari, fuori dagli schemi, divergente. Diverse grandi aziende, il caso forse più noto e quello di Goldman Sachs, hanno specificatamente fatto campagne di reclutamento proprio per persone con Adhd.
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