Dall’intelligenza artificiale alle cure su misura, tante opportunità per l’oncologia
Salute Dai test per la diagnosi precoce alle terapie personalizzate: la ricerca scientifica ridisegna la lotta ai tumori. Il professor Giuseppe Curigliano: «Più adesione agli screening per battere il cancro prima che compaia»
Lettura 4 min.La ricerca scientifica sta trasformando la prevenzione, la diagnosi e il trattamento dei tumori. Ne abbiamo parlato con il professor Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione di sviluppo di nuovi farmaci dell’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo), professore ordinario di Oncologia medica al Dipartimento di Oncologia ed emato-oncologia dell’Università degli Studi di Milano e direttore della Scuola di specializzazione in Oncologia medica della stessa università. Il professore, presidente dell’Esmo (European Society for Medical Oncology), domani alle 18 sarà in Biblioteca a Como in occasione della terza edizione di “La prevenzione in piazza”.
Professore, sappiamo che la prevenzione in oncologia è fondamentale ma a che punto siamo in Italia?
In Italia abbiamo compiuto passi avanti, ma la prevenzione resta una delle aree con il più ampio margine di miglioramento. Sappiamo che una quota importante dei tumori è legata a fattori modificabili: fumo, consumo di alcol, eccesso di peso, sedentarietà, alimentazione non equilibrata, alcune infezioni prevenibili con la vaccinazione e alcune esposizioni ambientali o professionali. Una stima Airc parla di circa il 40% dei nuovi casi potenzialmente prevenibili attraverso comportamenti e interventi di prevenzione. La prevenzione, pero, non significa solo dire alle persone di avere stili di vita corretti. Significa costruire condizioni che rendano le scelte salutari più facili.
Quali?
Contrasto al tabagismo, promozione dell’attività fisica, vaccinazioni, ambienti di lavoro più sicuri, accesso ai servizi e programmi di screening organizzati.
Leggiamo quasi ogni giorno di importanti traguardi della ricerca, ma ci aiuta a capire come la stessa sta trasformando la prevenzione?
Lo sta facendo in almeno tre direzioni. La prima è la prevenzione sempre più personalizzata: integrare familiarità, genetica, fattori di rischio, precedenti clinici e caratteristiche dell’esposoma per identificare meglio chi può beneficiare di interventi o controlli più mirati. La seconda è lo sviluppo di nuovi strumenti di diagnosi precoce, come biomarcatori e test basati su DNA tumorale circolante. La terza i vaccini, che stanno già dimostrando come prevenire alcune infezioni possa ridurre il rischio oncologico. Nel breve termine mi aspetto una migliore stratificazione del rischio, un uso più intelligente dei dati e studi clinici capaci di dirci non soltanto se un test individua un tumore, ma se il suo utilizzo riduce davvero la mortalità e non genera più falsi positivi, sovradiagnosi o esami inutil.
La tecnologia sta mostrando nuove frontiere per intercettare prima e meglio la malattia. Quali le innovazioni che stanno facendo la differenza?
Tra le tecnologie più interessanti ci sono l’AI applicata alle immagini diagnostiche, l’analisi molecolare dei tumori e la cosiddetta “liquid biopsy”, cioè la ricerca nel sangue di segnali biologici associati alla malattia. Sono strumenti che possono aiutare a riconoscere pattern molto difficili da cogliere, migliorare la precisione e supportare il lavoro dei professionisti. Un ambito promettente è quello dei test multicancro, che cercano segnali di più tumori in un unico campione biologico. Va precisato che oggi questi test sono ancora oggetto di valutazione e non abbiamo prove definitive che il loro impiego nello screening della popolazione sana riduca la mortalità. Lo stesso vale per molte applicazioni avanzate dell’AI.
Sul fronte delle terapie negli anni sono arrivate novità importanti. Oggi, inoltre, si parla di medicina personalizzata. Come avviene la ”personalizzazione”?
La personalizzazione nasce dalla conoscenza sempre più dettagliata della biologia del tumore. Non guardiamo più soltanto all’organo in cui la neoplasia è comparsa, ma anche alle alterazioni molecolari e immunologiche che la caratterizzano. Attraverso biopsia, esami istologici e profilazione molecolare si cercano biomarcatori che possano indicare se una persona è candidata a una terapia mirata, a un’immunoterapia o ad altre strategie. È un approccio importante perché tumori apparentemente simili possono avere caratteristiche biologiche molto diverse e, al contrario, tumori di organi differenti possono condividere una stessa alterazione molecolare. La medicina di precisione permette di scegliere il trattamento sulla base della biologia del tumore, aumentando la probabilità di efficacia e cercando di evitare terapie non utili.
Sui nuovi farmaci cosa ci può dire?
Stiamo assistendo alla crescita delle terapie target, degli anticorpi monoclonali, degli antibody-drug conjugates, delle immunoterapie, delle terapie bispecifiche e, in alcune neoplasie, delle terapie cellulari. L’innovazione non consiste soltanto nell’arrivare a un nuovo principio attivo, ma nel capire per quale paziente funziona, in quale momento della malattia e in quale combinazione. Negli ultimi anni le autorità regolatorie hanno approvato nuove terapie per tumori selezionati attraverso specifici iomarcatori, un segnale evidente della direzione presa dall’oncologia. Ogni nuovo farmaco però va valutato per beneficio clinico, sicurezza, qualità di vita e sostenibilità.
I dati sulla prevenzione ci dicono che purtroppo l’adesione agli screening disponibili non e ancora a livelli soddisfacenti. Come mai?
L’adesione non dipende da un’unica causa. Pesano la percezione personale del rischio, la paura del risultato, la scarsa familiarità con i test, difficolta organizzative, tempi di lavoro, spostamenti, accessibilità dei servizi e differenze socio-economiche e territoriali. Anche la fiducia nel sistema e la qualità della comunicazione fanno la differenza. I dati dell’Osservatorio Nazionale Screening relativi al 2024 mostrano progressi ma anche forti divari: l’adesione per lo screening mammografico è stata del 53,8%, del 42% per quello cervicale e del 35,8% per il colorettale, per quest’ultimo la differenza tra Nord e Sud-Isole è stata molto ampia. Non basta aumentare le campagne informative, bisogna ridurre le barriere: inviti più semplici, appuntamenti flessibili, comunicazione comprensibile, prossimità dei servizi, recupero attivo di chi non aderisce e interventi per gruppi difficili da raggiungere.
Oggi per molte forme di tumore l’età di insorgenza si è abbassata rispetto al passato. E’ necessario pensare a nuove opportunità di screening per una fascia più giovane?
La domanda è importante, ma la risposta non può essere un semplice abbassamento generalizzato dell’età di screening. Un programma funziona quando i benefici superano chiaramente i possibili danni e quando esiste una buona evidenza scientifica. Se il rischio cambia in alcune fasce di età o in determinati sottogruppi, diventa interessante sviluppare screening stratificati per rischio, cioè diversi per intensità e modalità in base alle caratteristiche individuali. In Italia alcune Regioni hanno già esteso lo screening mammografico e colorettale. La prospettiva più promettente è uno screening più personalizzato e basato sul rischio, non necessariamente uno screening uguale per tutti da un’età sempre più bassa.
Qualche consiglio per i nostri lettori?
Il primo: non pensare alla prevenzione come a qualcosa da fare solo quando compare un problema. Il rischio oncologico si costruisce nel tempo e può essere ridotto con scelte quotidiane. Il secondo è partecipare agli screening organizzati nelle fasce previste e seguire i percorsi di approfondimento in caso di risultato positivo. Infine, evitare il fai-da-te diagnostico: la scelta degli accertamenti dovrebbe essere condivisa con i professionisti, sulla base del rischio individuale e delle evidenze.
Cosa ci dobbiamo aspettare in futuro?
Mi aspetto un’oncologia sempre più integrata. La prevenzione sarà più mirata grazie alla stratificazione del rischio; la diagnosi diventerà progressivamente più precoce grazie alla combinazione di imaging, patologia digitale e biomarcatori; le terapie saranno sempre più selezionate sulla biologia della malattia e integrate con informazioni dinamiche sulla risposta al trattamento. Avremo probabilmente sistemi in grado di collegare dati clinici, immagini e informazioni genomiche per supportare decisioni più precise. Il futuro non sarà soltanto tecnologico, dovrà essere anche organizzativo: senza reti oncologiche efficienti, accesso uniforme, presa in carico multidisciplinare e sostenibilità economica, le innovazioni rischiano di arrivare alle persone in modo diseguale.
Altro?
Non dobbiamo separare prevenzione, diagnosi e cura. Sono parti della stessa strategia. C’é poi un tema trasversale: le disuguaglianze. I risultati non dipendono soltanto dalla qualità dei farmaci o delle tecnologie, ma anche dalla possibilità concreta di accedere agli screening, ai centri di riferimento, ai test molecolari e ai trattamenti innovativi. Per questo la ricerca del futuro dovrà occuparsi di “che cosa funziona”, ma anche di “come renderlo disponibile in modo tempestivo e sostenibile”.
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