Distratti e smemorati? È proprio questione di testa

Sintomi sospetti Combattere l’invecchiamento cerebrale è possibile. A patto di non sottovalutare i primi segnali di disturbo cognitivo

Dimenticanze, distraibilità e stanchezza mentale possono essere i primi segnali di un disturbo cognitivo. Fondamentale rivolgersi a uno specialista per verificare che questi sintomi siano i primi segni di un processo degenerativo ma che, grazie a un percorso su misura, è possibile rallentare.

Non c’è un’età precisa in cui le nostre attività cerebrali iniziano ad essere meno performanti, ma rispetto al passato la cosa certa è che oggi si va in pensione sempre più tardi e questo corrisponde a un carico di lavoro e di impegno mentale anche nella terza età. «Oggi si invecchia lavorando – spiega la professoressa Cecilia Perin, responsabile dell’Unità operativa clinicizzata di Riabilitazione specialistica delle Gravi Cerebrolesioni agli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza e professore in Medicina Riabilitativa presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca – e questo comporta spesso una sensazione di esauribilità cognitiva che va testata subito da uno specialista in quanto potrebbe esserci il rischio dell’inizio di un problema cognitivo evolutivo sottostante. A volte in fase di diagnosi può emergere che la sensazione di defaillance cognitiva è legata allo stress della vita quotidiana e quindi il percorso diagnostico-terapeutico è differente, possono per esempio manifestarsi cambi del tono dell’umore e difficoltà a dormire. In tutti i casi è sempre importante non sottovalutare i segnali».

Come sottolinea la specialista, si evidenziano anche differenze di genere, per esempio per molte donne ancora in attività lavorativa, i primi segnali possono coincidere con la menopausa, e sono caratterizzati da eccessiva stanchezza mentale, errori legati alla distraibilità, ma anche dimenticanze e difficoltà di concentrazione. Stessa cosa vale per i coetanei maschi, spesso in posizioni dirigenziali e quindi con molte responsabilità, che iniziano a far fatica ad affrontare con la lucidità necessaria le giornate lavorative.

«A questi primi indizi – continua la professoressa – è fondamentale che corrisponda una diagnosi precoce in quanto oggi sappiamo che c’è una differenza tra disturbi cognitivi al limite della normalità (in gergo Mci) per i quali le conoscenze attuali suggeriscono la possibilità di rimediare o rallentare il processo soprattutto considerando che non esistono terapie risolutive quando le difficoltà cognitive sono avanzate».

Intercettare l’invecchiamento cerebrale in una fase definita Mci (Mild Cognitive Impairment) o disturbo cognitivo lieve permette così in molti casi di intervenire con delle strategie che consentono di rallentare questo processo. «Esistono dei test cognitivi specifici per individuare le problematiche – dice ancora Perin – e in caso di riscontro positivo si eseguono anche degli esami radiologici per porre una diagnosi. Se si diagnostica una demenza in atto il trattamento può essere anche di tipo farmacologico, anche se al momento la letteratura scientifica non conferma la validità per tutti i pazienti di queste terapie. Quello che sappiamo con certezza, invece, è che l’allenamento cognitivo, impostato sul singolo paziente, consente di rallentare l’andamento delle forme più lievi».

Un valido aiuto in questo senso sono gli exergames, cioè videogames cognitivi che vengono utilizzati ormai da tempo in ambito riabilitativo sia fisico che neurologico. Grazie a dei biofeedback, infatti, il paziente può esplorare le strategie di azione richieste e avere risposte immediate relative al successo o all’insuccesso dell’esercizio. Tutto questo viene fatto direttamente da casa grazie a una speciale piattaforma che mette anche in contatto il paziente con il proprio terapista che è in grado di verificare l’andamento degli esercizi stessi. Diversi studi, infatti, hanno dimostrato come la pratica degli exergames sia utile per rallentare proprio la Mci (Mild Cognitive Impairment). «Questi strumenti – precisa la professoressa - rendono piacevole l’addestramento, perché viene vissuto come una sfida e come un’attività ludica, ma nella realtà sottostante c’è un lavoro intenso cognitivo».

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