È allarme ipertensione: ne soffre un adulto su due
Preoccupano gli esiti del progetto “Cuore”: ancora troppi gli italiani che ignorano il rischio e rifiutano le cure. Il cardiologo: «Pressione alta, glicemia elevata, colesterolo Ldl, sono elementi che concorrono all’aterosclerosi»
Lettura 4 min.L’ipertensione in Italia interessa circa la metà della popolazione adulta. È quanto emerge dai dati preliminari del Progetto Cuore, dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), diffusi in occasione della Giornata Mondiale dell’Ipertensione. Abbiamo chiesto al professor Daniele Andreini, responsabile Cardiologia Universitaria e Imaging Cardiologico presso l’Irccs Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e professore Ordinario dell’Università degli Studi di Milano, di aiutarci a capire quali i rischi della pressione alta e come comportarsi in termini di prevenzione e di cura.
Professore, in Italia la percentuale di adulti con pressione arteriosa elevata (uguale oppure superiore a 140/90 mmHg) resta significativa. Parliamo del 37% degli uomini e del 23% delle donne?
Quando si parla dei dati relativi all’ipertensione credo sia importante ampliare il discorso anche alle dislipidemie, ovvero a ipercolesterolemia, prediabete, diabete conclamato, in quanto stiamo parlando di fattori che aumentano il rischio cardiovascolare. È importante ricordare che la pressione alta, una glicemia elevata, così come valori eccessivi di colesterolo Ldl, sono tutti elementi che concorrono all’aterosclerosi. Quest’ultima può interessare il distretto coronarico, quindi, favorire il rischio di infarto, oppure il distretto carotideo, favorendo invece l’insorgenza di ictus. Per non parlare poi del rischio di insorgenza di altre patologie .
Nonostante i rischi siano noti i dati riportati dall’Iss non sono incoraggianti?
Le percentuali sono alte e un altro dato che preoccupa è il fatto che il 12% degli uomini e il 15% delle donne è consapevole di avere una pressione elevata ma non è in trattamento farmacologico. C’è una sottostima del rischio, ma anche delle persone che necessitano di una presa in carico per il trattamento della problematica e lo stesso accade per l’ipercolesterolemia. Il problema è che c’è anche una sottostima dell’impatto che i valori pressori elevati hanno a lungo termine. I dati devono far riflettere anche la mia categoria, quella dei medici, perché è evidente che serve una maggiore consapevolezza nell’affrontare in modo adeguato il problema, perché gli attuali valori pressori di riferimento sono estremamente più bassi rispetto a quanto accadeva solo 20 anni fa.
I valori di riferimento sono scesi perché si è capito che è necessario intervenire prima?
«Si. Facciamo un esempio pratico: un cinquantenne, età in cui normalmente compare l’ipertensione, che ha una massima già di 140/145 mmHg, francamente patologica. Lo stesso ha una minima di 85/90 mmHg, anche questa francamente patologica. Fino a qualche anno fa veniva ancora considerato il classico valore borderline con l’invito a modificare lo stile di vita (es. meno sale a tavola, più movimento, ecc). In realtà oggi sappiamo che con questi valori la problematica va affrontata subito per evitare che un iperteso giovane a distanza di 10 – 20 anni abbia un danno d’organo conclamato.
Quali sono oggi i valori pressori di riferimento?
Già valori di 130 mmHg per la massima e di 80mmHg per la minima sono da tenere sotto osservazione. L’ideale sarebbe non più di 125 mmHg per la massima e di 78 mmHg per la minima.
È vero che c’è anche un’inerzia terapeutica?
Questo è un altro problema. Spesso il medico prescrive una cura ma quando il paziente vede che i valori pressori rientrano nella normalità la sospende e rimane anche anni senza fare controlli, ma in questo arco di tempo, intanto, i segni di sovraccarico per il cuore e altri organi sono già in atto. L’aderenza alla terapia, invece, deve essere costante, monitorata e modificata solo in accordo con il proprio medico di riferimento. Ancora oggi, purtroppo, nelle fasi iniziali si confida troppo nel cambio di stile di vita del paziente, che è una cosa fondamentale, ma che non sempre da sola è sufficiente a ridurre i rischi.
Spesso però sono proprio i pazienti giovani a non voler intraprendere un percorso farmacologico?
È vero, manifestano una serie di timori. In questi casi il medico deve riuscire a motivare il malato facendogli capire che è una prevenzione primaria fondamentale perché evita di andare incontro a malattie, ricoveri ospedalieri, episodi acuti anche potenzialmente letali o che possono avere come conseguenza una disabilità. Fare qualche mese di cura per poi abbandonarla non porta alcun vantaggio per il paziente.
Siamo in un periodo dell’anno un po’ critico per i pazienti con ipertensione a causa del cambio stagione ma anche di un repentino calo e rialzo delle temperature da un giorno con l’altro?
La regola generale è che il freddo vasocostringe e che il caldo vasodilata, quindi, il freddo porta a un incremento dei valori pressori e a un incremento di incidenti cardiovascolari, in primis l’infarto. Ci sono anche alcuni studi che dimostrano come questo incremento sia legato anche all’inquinamento ambientale per l’influenza di quest’ultimo sugli aspetti infiammatori dell’organismo. Nel passaggio fra la primavera e l’estate i valori iniziano a scendere, quindi, tendenzialmente la terapia va adattata, ma non va fatto in autonomia. Ed è anche vero che questo andamento altalenante del meteo sta mettendo un po’ in crisi i pazienti che spesso non sanno come comportarsi, ma è sempre meglio una telefonata in più al proprio medico che il fai da te o consultare l’IA.
Succede che i pazienti chiedano all’intelligenza artificiale?
Si, accade che consultino l’IA per modificare il proprio trattamento. Si tratta di una pratica sbagliata e anche potenzialmente pericolosa.
Come potete gestire queste settimane un po’ critiche per il meteo e la pressione?
Il consiglio per gli ipertesi è di misurarsi tutti i giorni la pressione, mattina e sera, e di riferire i valori al medico che potrà magari prescrivere l’assunzione di alcune molecole a rapida azione, come i calcio antagonisti, che possono essere utilizzati anche in estemporanea, quindi, in aggiunta alla terapia. E’ un aspetto che solitamente viene preso già in considerazione al momento della prescrizione farmacologica, viene redatto un prospetto di riduzione o di aumento in base alla varie stagione e dei consigli utili per queste giornate un po’ critiche. Va anche detto che non tutti i pazienti hanno la necessità di dover modificare la terapia in base alla stagione, ci sono, infatti, persone che utilizzano lo stesso dosaggio per tutto l’anno e che riescono a mantenere valori pressori ottimali.
Per quanto riguarda la popolazione generale, invece, quando è il momento di valutare i propri valori pressori?
La fascia in cui iniziano a modificarsi i valori è tra i 40 e i 45 anni. È importante proprio in questo momento fissare una visita annuale per analizzare i valori pressori e il proprio stato di salute anche con degli esami ematici per verificare il profilo lipidico e glucidico. Questo può essere il momento per iniziare a modificare il proprio stile di vita e, nei casi in cui i valori non sono accettabili, un trattamento farmacologico. È sempre importante anche il controllo dei valori pressori a casa visto che oggi abbiamo a disposizione dei device molto precisi, ovviamente la misurazione va fatta bene, quindi, è sempre importante farsi spiegare dal proprio medico come fare. Quando ci si siede o ci si sdraia per misurare la pressione, ad esempio, è sempre importante attendere almeno 3-4 minuti.
Se c’è una familiarità si deve iniziare prima dei 40 anni?
Se c’è familiarità la probabilità di sviluppare l’ipertensione è superiore al 50%. Quindi in quel caso valgono le stesse cose che abbiamo già detto, ma bisogna porre ancora più attenzione.
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