Embolia, minaccia invisibile: «Riconoscere i segnali? Si può»

Intervista al professor Daniele Andreini, responsabile cardiologia universitaria e Imaging cardiologico all’Irccs Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e professore ordinario dell’Università degli Studi di Milano

Como

L’embolia polmonare è la terza causa di morte per malattie cardiovascolari dopo infarto e ictus, ma nonostante questo ancora oggi è una patologia sottodiagnosticata e poco conosciuta dalla popolazione generale. Secondo gli ultimi dati disponibili in Italia si registrano circa 68 mila casi all’anno a fronte di 38 mila ospedalizzazioni. Fondamentale, invece, riconoscere i sintomi per una diagnosi precoce che consenta di mettere in atto le terapie oggi disponibili o di intervenire tempestivamente nelle situazioni più gravi. Abbiamo chiesto al professor Daniele Andreini, responsabile cardiologia universitaria e Imaging cardiologico presso l’Irccs Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e professore ordinario dell’Università degli Studi di Milano, di aiutarci a conoscere meglio la patologia.

Professore, cos’è l’embolia polmonare?

L’embolia polmonare o tromboembolia polmonare - in quanto normalmente è presente una componente trombotica e in particolare relativa agli arti inferiori - si verifica quando un frammento di trombo periferico si distacca e va a terminare il suo corso nel nostro sistema venoso, risalendo fino al cuore, per poi, attraverso il cuore stesso, raggiungere un’arteria polmonare.

Ma è vero che si tratta di una patologia frequente ma sottostimata?

Si, è una situazione frequente ma sicuramente meno conosciuta rispetto all’infarto del miocardio e dello scompenso cardiaco. Posso confermarle che nel nostro pronto soccorso l’accesso di pazienti per embolia polmonare è frequente ma, allo stesso tempo, soprattutto nelle situazioni meno gravi che non necessitano di un accesso in pronto soccorso, c’è un importante sommerso.

Perché non si conoscono i sintomi?

Per questo motivo ma anche per altri. Posso dirle che clinicamente se chiediamo a cento persone di 70-80 anni di essere a conoscenza di avere avuto questa patologia la maggioranza risponderà di no ma, almeno uno su due, invece, ha avuto un episodio. I dati ci dicono che interessi il 40% della popolazione.

Ovviamente il riconoscimento dei sintomi è legato anche alla gravità della patologia.

Esistono più forme?

La severità dell’embolia dipende dalla dimensione dell’embolo stesso. Quando questo è molto grande e si ferma nel tronco comune, ovvero nel tronco dell’arteria polmonare che porta sangue a tutti i nostri polmoni, il soggetto può anche morire in quanto può verificarsi un arresto cardiaco. Se il trombo è leggermente più piccolo si frantuma e va a finire nei due tronchi principali dei polmoni, destro e sinistro, e si verifica la cosiddetta trombo embolia polmonare massiva o “emodinamicamente significativa”, che può comportare comunque gravissimi problemi come l’edema polmonare acuto o lo scompenso cardiaco acuto. Se, invece, i frammenti sono molto piccoli andranno pian piano a occupare o occludere i ragni arteriosi più piccoli, interessando magari un solo lobo polmonare o addirittura porzioni ancora più piccole di un singolo lobo.

Ma quali sono i sintomi?

Nella maggioranza dei casi l’embolia è periferica e si manifesta con fiato corto, situazione che viene però sottovalutata in quanto la sintomatologia è aspecifica e perché si tratta spesso di soggetti che sono anziani o che comunque non sono soliti a grossi sforzi. Diverso quando la patologia interessa soggetti giovani, soprattutto donne, che arrivano in pronto soccorso proprio per un dolore improvviso al tronco e fiato corto.

Ma quali sono i fattori di rischio?

Un’immobilità prolungata, soprattutto degli arti inferiori, per una patologia, una frattura o per un intervento chirurgico, ma anche in occasione di lunghi viaggi in aereo. Altri fattori sono l’età, l’obesità, il fumo di sigaretta e patologie cardiovascolari. Nelle donne giovani, ad esempio, il fumo di sigaretta e la contraccezione orale possono essere un fattore di rischio. Risulta così fondamentale che tutta la popolazione conosca i fattori favorenti e i sintomi così da poter accedere tempestivamente a una visita medica che confermi o meno il sospetto diagnostico.

Come viene la posta la diagnosi?

Dipende dal contesto e dai sintomi. Chiaramente se il paziente ha avuto una sintomatologia acuta, ovvero dolore al tronco e dispnea, e si presenta in pronto soccorso, è d’obbligo escludere una forma emodinamicamente rilevante. Vengono misurati i livelli di ossigeno, anidride carbonica e ph nel sangue (emogasanalisi) e del D-dimero. L’elettrocardiogramma consente di evidenziare frequenze cardiache elevate. La TC permette, invece, di intercettare un’embolia polmonare. In alcuni casi può essere utile anche un ecocardiogramma. Nelle forme non acute l’iter diagnostico dipende dal singolo caso.

Quali le opzioni terapeutiche disponibili?

Anche l’approccio terapeutico dipende dal singolo caso. In caso di arrivo in ospedale potrebbe essere eseguita un’infusione di farmaci per sciogliere i coaguli di sangue o delle terapie avanzate da monitorare in terapia intensiva. In altre situazioni potrebbe comunque rendersi necessario un ricovero in ospedale, mentre nei casi meno complessi possono essere prescritti dei farmaci orali, degli anticoagulanti, da assumere per circa sei mesi.

Come funziona il follow up?

Se la situazione clinica è completamente regredita, ovvero il paziente sta bene, si va a controllare, ad esempio, la sede di partenza del trombo con un ecocolor doppler venoso per verificare che non ci siano segni della trombosi venosa profonda (Tvp), ma può essere eseguito anche un ecocardiogramma. La Tc di controllo dei polmoni viene eseguita in casi selezionati. In situazioni complesse con un quadro importante, invece, quest’ultima può essere eseguita a sette giorni dal trattamento per verificare l’andamento della patologia e poi a distanza di circa un mese.

In termini di prevenzione primaria cosa dire ai nostri lettori?

La prima cosa è conoscere i fattori di rischio. Fondamentale seguire stile di vita sani e non fumare. Quando sono previsti lunghi periodi di immobilizzazione vanno seguite le indicazioni del medico e le terapie prescritte. Se si fanno lunghi viaggi in aereo per alcuni paziente con patologie cardiovascolari addirittura sconsigliati - è importante alzarsi ogni due ore e muoversi.

E per quanto riguarda la prevenzione secondaria?

L’aderenza alle terapie è fondamentale, così come controlli regolari dallo specialista di riferimento. Oggi, inoltre, quando c’è il sospetto di rischio tromboembolico aumentato è possibile eseguire dei test specifici, quindi, oltre che un consulto del cardiologo potrebbe essere utile anche una valutazione di un ematologo.

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