Fegato grasso, un’epidemia: colpiti 17 milioni di italiani
Salute Legata a obesità e diete ricche di fruttosio, la steatosi epatica si rivela in forte aumento anche tra i bambini. Interessa più del 25% degli adulti nel mondo, il 60% dei pazienti diabetici e fino al 90% della popolazione obesa
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La steatosi epatica non alcolica, nota anche come fegato grasso, è la forma di malattia epatica cronica più diffusa nel mondo occidentale. La problematica è in forte aumento anche nella popolazione italiana, bambini compresi. Fondamentale una diagnosi precoce in quanto le conseguenze possono essere importanti. Ne abbiamo parlato con Adelmo Antonucci, responsabile della struttura complessa di Chirurgia Generale dell’ospedale Sant’Anna e specialista con importante esperienza in chirurgia epatica.
Dottore, che cos’è la steatosi epatica non alcolica?
Per steatosi epatica si intende un gruppo di disordini epatici caratterizzato da un accumulo di grasso nelle cellule che compongono il fegato, ovvero gli epatociti, in quantità superiore al 5% del peso dell’organo. Tra i principali responsabili dell’aumento della disponibilità degli acidi grassi in circolo ci sono l’insulino-resistenza e un’alimentazione ipercalorica ricca in carboidrati raffinati e grassi, aggravati dalla sedentarietà e dalla predisposizione genetica.
E per quanto riguarda l’incidenza?
La steatosi epatica, è nota anche con l’acronimo Nafld (Non Alcoholic Fatty Liver Disease), in quanto ne sono affetti pazienti che non assumono, o assumono in minima quantità, alcool o farmaci. E’ la più comune malattia del fegato a livello globale. Interessa più del 25% degli adulti nel mondo, il 60% dei pazienti diabetici e arriva fino al 90% della popolazione obesa.
È vero che i dati sono in aumento?
Si, è vero. Negli Usa, ad esempio, la prevalenza della Nafld negli adulti è vicino al 25% e in progressivo aumento, tanto che si prevede che raggiungerà il 33,5% nel 2030. Nella popolazione generale ci sono attualmente 100,9 milioni di pazienti con Nafld. Secondo il modello di Markov, realizzato per stimare la progressione della Nafld, le persone affette dalla malattia in Italia nel 2030 saliranno a 17,4 milioni.
Cosa è noto oggi sulla patologia?
La steatosi epatica non alcolica comprende un ampio spettro di patologia epatica che va dal semplice accumulo di trigliceridi negli epatociti (Nafld) a vari gradi di infiammazione e fibrosi (Non-Alcoholic Steatohepatitis, Nash), fino alla cirrosi epatica e al tumore del fegato. I pazienti con malattie terminali Nafld correlate costituiscono attualmente il maggior numero di indicazioni al trapianto di fegato, avendo superato le indicazioni al trapianto per epatite Hcv correlata.
Cattiva alimentazione e sedentarietà sono le uniche cause?
La Nafld è considerata la manifestazione epatica della sindrome metabolica, quest’ultima caratterizzata da obesità, diabete tipo 2 o insulino-resistenza, dislipidemia e ipertensione arteriosa. Può svilupparsi però anche in soggetti non obesi con Bmi < 25 che non assumono alcool. La steatosi epatica è così il risultato di una complessa interazione tra fattori genetici (sarebbero implicati almeno 4 polimorfismi genici: Pnpla3, Sod2, Klf6, e Lpin1, che possono essere ricercati su campione salivare), comportamentali (sedentarietà) e nutrizionali.
È vero che la patologia può interessare anche i bambini?
Si, in particolare a causa dell’aumento di sovrappeso e obesità in questa fascia di età. Uno studio dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma, pubblicato su Journal of Hepatology, ha evidenziato che un eccesso di fruttosio, contenuto in bevande gassate e bibite zuccherine, sia per l’innalzamento dei livelli stessi di fruttosio nel sangue, sia per l’aumento di acido urico, favorisce la malattia. Secondo i ricercatori i bambini con steatosi epatica non alcolica corrono un rischio di sindrome metabolica del 30% superiore alla media. La co-presenza di altre malattie “del benessere” (ipertensione arteriosa, insulino-resistenza e diabete mellito, dislipidemie) influenzerebbe poi la progressione della malattia.
Quali i sintomi? È vero che nelle fasi iniziali è asintomatica?
Il fegato grasso è una condizione silenziosa, ma non priva di segnali. Stanchezza inspiegabile, dolore nell’ipocondrio destro e gonfiore addominale sono i tre sintomi principali a cui prestare attenzione. Anche se spesso vengono ignorati o attribuiti ad altro, rappresentano campanelli d’allarme importanti. All’esame obiettivo il fegato può risultare lievemente aumentato di volume e a superficie liscia. I sintomi e i segni di solito sono correlati alle malattie associate, come ipertensione arteriosa, insulino-resistenza, aumento della circonferenza addominale.
Perché è importante la diagnosi precoce?
La steatosi epatica può evolvere nel 5-40% dei casi verso la steatoepatite non alcolica (Nash), caratterizzata da necrosi e infiammazione cronica del fegato, e questa nel 10-20% evolve in fibrosi epatica, che in meno del 5% progredisce in cirrosi conclamata. La probabilità di passare da steatosi a steatoepatite aumenta con l’aumentare del grado di obesità. La steatosi epatica, inoltre, è un fattore di rischio per carcinoma del fegato. A differenza di altre forme di malattia epatica, per esempio l’epatite C, in cui la degenerazione neoplastica consegue all’evoluzione in cirrosi, il 50% dei tumori su Nafld non presenta cirrosi.
Quali sono i trattamenti disponibili?
Non esiste una cura farmacologica specifica ma si deve puntare alla correzione dello stile di vita. Dieta corretta, attività motoria regolare e costante, rinuncia all’alcol, al fumo e perdita di peso di almeno il 10% migliorano notevolmente la malattia, l’infiammazione e anche la fibrosi. Tuttavia, la maggioranza dei pazienti non rispetta le regole nel lungo tempo ma preferisce affidarsi ai farmaci che offrono beneficio importante o addirittura al trattamento chirurgico dell’obesità.
In termini di prevenzione e diagnosi precoce cosa fare?
Le linee guida raccomandano lo screening nei pazienti a rischio (es. diabete tipo 2) per favorire una diagnosi precoce, prevenire complicanze e rallentare la progressione della malattia. È fondamentale un percorso diagnostico che indirizzi i casi gravi a cure specialistiche, mentre quelli lievi possono essere gestiti dalla medicina territoriale.
Quali gli esami per porre la diagnosi?
La diagnosi della steatosi e della Nash viene effettuata, oltre che mediante un’attenta anamnesi e esami di laboratorio, con l’utilizzo di score non invasivi quale il Fatty Liver Index – Fli, ma anche l’ecografia e l’elastosonografia. In casi selezionati si può ricorrere alle tecniche di immagine Mrs (1H-Magnetic Resonance Spectroscopy). Ma la diagnosi che permette la valutazione precisa della steatosi, della fibrosi e dell’infiammazione e la stadiazione istologica è la biopsia epatica.
Ci sono recenti evidenze scientifiche sul tema ancora poco conosciute dalla popolazione generale?
Esistono trattamenti anche farmacologici, efficaci, ma il miglior trattamento è il corretto stile di vita. Nei pazienti a rischio è necessario un percorso che si avvale di specialisti delle malattie metaboliche, fisiatri, epatologi e anche chirurghi nei casi di cirrosi e/o tumore.
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