Il tumore all’esofago, “Big killer” silenzioso difficile da diagnosticare
Mentre la disfagia rappresenta un campanello d’allarme spesso tardivo, la vera svolta arriva dalla combinazione di gastroscopia preventiva, chirurgia mininvasiva e immunoterapia. Con una diagnosi precoce e nei centri di riferimento, la sopravvivenza a cinque anni sale fino all’80-90%
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Il tumore dell’esofago è una patologia che tende a manifestarsi in modo silenzioso e progressivo, rendendo spesso difficile una diagnosi nelle fasi iniziali. In Italia, secondo i dati recenti, tra cui il rapporto “I numeri del cancro in Italia 2025” pubblicato, tra gli altri, dall’Associazione italiana registri tumori (Airtum) e dall’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), nel 2024 sono state stimate 2.343 nuove diagnosi ogni anno (di cui circa 1.744 negli uomini e 599 nelle donne). Abbiamo chiesto al professor Riccardo Rosati, primario dell’Unità di Chirurgia Gastroenterologica e dell’Unità Week Surgery dell’Irccs Ospedale San Raffaele, nonché ordinario di Chirurgia generale dell’Università Vita-Salute San Raffaele, di aiutarci a conoscere meglio la malattia.
Professore, prima di parlare del tumore dell’esofago ci aiuta a capire quali sono le funzioni di questo organo?
La funzione dell’esofago è quella di trasportare il cibo e i liquidi dalla bocca allo stomaco, evitandone il reflusso, ovvero il ritorno del bolo alimentare o del liquido all’indietro.
Quali sono le caratteristiche principali di questa neoplasia?
Esistono due forme principali di tumore dell’esofago. Il carcinoma squamocellulare, che origina dalle cellule che rivestono la mucosa esofagea, è più frequente nella porzione superiore e media dell’organo. L’adenocarcinoma, invece, si sviluppa prevalentemente nella parte inferiore dell’esofago ed è legato soprattutto al reflusso gastroesofageo e all’esofago di Barrett.
Ci sono informazioni in merito all’incidenza della malattia?
Il carcinoma squamocellulare è più diffuso nei Paesi orientali, in particolare Cina, Giappone e India. L’adenocarcinoma, invece, è più diffuso nei Paesi ad alto tasso di industrializzazione come l’Europa, Italia compresa, e gli Usa, dove la genesi è favorita dall’obesità e dalla malattia da reflusso gastroesofageo.
La diagnosi è tardiva?
Il sintomo principale è la disfagia, cioè la difficoltà di transito del bolo alimentare attraverso l’esofago, con la sensazione di interruzione del transito e, a volte, con la necessità di sputare o vomitare il cibo. Questo sintomo, che quando si manifesta sottintende già una diagnosi tardiva, viene generalmente trascurato dal paziente e spesso anche dal medico. Diverso è il caso di una diagnosi in un paziente in sorveglianza endoscopica perché la sua malattia da reflusso era stata diagnosticata con una endoscopia che ha permesso di riconoscere un esofago di Barrett, lesione pre-cancerosa che può andare incontro a una displasia prima di basso grado, poi di alto grado, fino ad evolvere in adenocarcinoma. In questo caso la neoplasia viene intercettata in fase più precoce e questo si riflette in trattamenti meno invasivi e risultati migliori. Seppur stiamo parlando di una neoplasia a bassa incidenza (undicesimo posto a livello globale per incidenza), proporzionalmente è il tumore solido che è cresciuto maggiormente negli ultimi trent’anni.
Questo aumento è legato a una maggiore incidenza del reflusso gastroesofageo?
Probabilmente si, ma dobbiamo guardare anche a altri fattori di rischio come il fumo e il consumo di alcol che sono abitudini molto presenti nella popolazione generale. A questo si aggiunge anche l’obesità, malattia in forte aumento.
Come avviene la diagnosi?
La gastroscopia è fondamentale per la diagnosi in quanto consente di osservare l’interno dell’esofago e dello stomaco, di individuare eventuali anomalie e di fare biopsie delle lesioni identificate. La biopsia consente la caratterizzazione istologica della lesione e permette la valutazione dell’assetto immunoistochimico e molecolare per scegliere il trattamento più idoneo. Nel caso di una diagnosi di esofago di Barrett esiste una classificazione della malattia e un protocollo di biopsie che deve essere rispettato per identificare al meglio la problematica e permettere, nei casi di displasia, di trattare il paziente in una fase pre-neoplastica. Tc e Pet servono per la stadiazione della malattia.
Quali i trattamenti disponibili?
L’elemento centrale della cura è la chirurgia: diretta nei casi di diagnosi precoce, invece in associazione con chemioterapia, immunoterapia e radioterapia per circa i tre quarti dei casi che vengono diagnosticati in una fase localmente avanzata. Per l’adenocarcinoma generalmente si parla chemio o chemio immunoterapia peri operatoria, mentre per la forma squamocellulare il trattamento è quasi sempre una chemio/radio terapia preoperatoria e magari una chemio/immuno terapia dopo l’intervento. La chirurgia per questo tumore è complessa e deve essere eseguita in centri ad alto volume, in quanto è gravata da un’elevata incidenza di complicanze post operatorie che possono essere trattate solo in centri di riferimento.
Ci sono state novità importanti sul fronte dei trattamenti?
Ci sono state molte innovazioni. Dal punto di vista tecnico in particolare l’applicazione delle tecniche di chirurgia mininvasiva all’esofagectomia, sia essa laparoscopica, toracoscopica o robotica. Dal punto di vista delle terapie si sono fatti strada in modo importante gli anticorpi monoclonali, cioè l’immunoterapia che consente di potenziare i risultati della chemio.
Cosa ci può dire sulla sopravvivenza?
La sopravvivenza dipende dallo stadio in cui viene diagnosticata la malattia. Se consideriamo tutti gli stadi la sopravvivenza non supera il 30% dei casi a 5 anni. Se consideriamo gli stadi precoci o quelli che hanno mostrato una buona risposta ai trattamenti neoadiuvanti e sono stati operati in modo radicale, si parla di una sopravvivenza del 80-90% a 5 anni.
Il follow up?
Il follow up iniziale è a un mese dall’intervento con una radiografia con bario per vedere se l’organo che andiamo a scegliere come sostituto dell’esofago lavora nel modo giusto consentendo una alimentazione regolare e quindi una buona qualità di vita. A sei mesi viene generalmente eseguita una Tc, mentre a 12 mesi una gastroscopia e la Tc che vengono poi ripetute annualmente. Visite ed esami di controllo vengono concordati secondo indicazione dello specialista chirurgo e oncologo.
Consigli di prevenzione?
Oltre a eliminare i fattori di rischio modificabili è importante che le persone con malattia da reflusso si sottopongano a controlli regolari. È essenziale, inoltre, che i medici di medicina generale conoscano i protocolli di sorveglianza dell’esofago di Barrett per guidare il paziente nel monitoraggio della malattia: la gastroscopia è un esame che può salvare la vita.
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