«L’ansia dei nostri ragazzi? Impariamo ad ascoltarli»
Sanità e scuola alleate per intercettare un malessere che cresce: «Attenzione alle nuove droghe e al ritiro sociale»
Lettura 4 min.Negli ultimi anni il disagio psicologico tra adolescenti e giovani adulti è cresciuto in modo significativo. Dopo la pandemia da Covid-19, i disturbi d’ansia e depressivi sono aumentati in Europa. Sempre più ragazzi riferiscono tristezza persistente, ansia, isolamento, insicurezza, difficoltà relazionali e perdita di motivazione. Il tema riguarda sanità, scuola, famiglie e comunità. Psicologi, neuropsichiatri infantili, pediatri, medici di famiglia e insegnanti segnalano più richieste di aiuto, mentre molti genitori faticano a interpretare segnali spesso sfumati. Ne abbiamo parlato con Il professor Nicola Poloni, direttore del Dipartimento di Salute mentale e dipendenze di Asst Lariana.
Professore come intercettare il problema nei ragazzi?
L’ansia non è sempre patologica: è una risposta normale di fronte a situazioni percepite come difficili o minacciose. Diventa un problema quando è persistente, sproporzionata e interferisce con la vita quotidiana. Anche i disturbi dell’umore, negli adolescenti, possono presentarsi diversamente rispetto agli adulti: non sempre un ragazzo depresso appare “triste”. Può diventare irritabile, chiuso, oppositivo, svogliato, aggressivo o disinteressato. Per questo alcuni segnali vengono confusi con una “fase difficile”, con la ribellione adolescenziale o con scarso impegno scolastico. In realtà, dietro calo del rendimento, isolamento, perdita di interesse, senso di vuoto o forte irritabilità possono nascondersi disturbi d’ansia, disturbi dell’umore o altre condizioni da riconoscere.
L’adolescenza è la fase più delicata?
I primi segnali possono comparire già nella preadolescenza, ma il periodo più delicato è spesso tra i 12 e i 25 anni, fase di profondi cambiamenti fisici, emotivi, relazionali e neurologici. Il cervello è ancora in maturazione: si sviluppano le aree coinvolte nel controllo degli impulsi, nella regolazione delle emozioni, nella pianificazione, nella tolleranza della frustrazione e nella gestione dello stress. Possono emergere o diventare più evidenti condizioni legate al neurosviluppo, come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, noto come Adhd, o i disturbi dello spettro autistico. Non sono “etichette”, ma modi diversi di funzionare dal punto di vista attentivo, emotivo, relazionale e comportamentale.
Qualche esempio?
Un ragazzo con Adhd può avere difficoltà a concentrarsi, organizzarsi, rispettare i tempi, controllare l’impulsività o completare i compiti. Un ragazzo nello spettro autistico può faticare nella comunicazione sociale, nella gestione dei cambiamenti o nella tolleranza di ambienti rumorosi, affollati e imprevedibili. Se queste condizioni non vengono riconosciute, il ragazzo rischia di essere considerato pigro, maleducato, svogliato, “strano” o oppositivo. Questo aumenta frustrazione, senso di fallimento, ansia, tristezza e isolamento. Una diagnosi precoce permette invece strategie educative, terapeutiche e scolastiche più efficaci.
Esiste una connessione tra disagio psicologico, disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, neurosviluppo e comportamenti a rischio?
Alcuni giovani cercano di gestire il malessere attraverso alcol, cannabis, farmaci assunti senza controllo medico o dipendenze comportamentali, come uso eccessivo di videogiochi, social network o gioco online. Questi possono dare l’illusione di un sollievo immediato: “mi calmo”, “non penso”, “mi sento più sicuro”. Nel tempo, però, spesso aggravano il problema: aumentano isolamento e ansia, riducono motivazione, alterano il sonno, interferiscono con l’apprendimento e rendono più difficile chiedere aiuto.
Per quanto riguarda l’uso di sostanze cosa ci può dire?
Oggi molti ragazzi entrano in contatto con alcol, cannabis e altre droghe con una facilità maggiore rispetto al passato. La disponibilità è più ampia, i canali di accesso sono più rapidi e la percezione del rischio è spesso bassa. Resiste ancora l’idea, superata e pericolosa, che il Thc e la cannabis siano “droghe leggere” e quindi innocue. Questa convinzione è sbagliata. La cannabis disponibile oggi non è paragonabile a quella di molti anni fa. In diversi casi si tratta di prodotti con concentrazioni di THC molto più elevate, oppure di sostanze modificate, sintetiche o semisintetiche, vendute in forme diverse e spesso con composizione incerta. Il ragazzo non sempre sa realmente cosa sta assumendo, con quali dosaggi e con quali effetti sul cervello e sul comportamento.
Quali gli effetti?
Il cervello degli adolescenti è ancora in sviluppo e l’esposizione a sostanze psicoattive può interferire con memoria, attenzione, motivazione, regolazione emotiva e salute mentale. L’uso di cannabis e derivati ad alta potenza, soprattutto se precoce, frequente o associato ad altre sostanze, può contribuire al peggioramento di ansia, depressione, attacchi di panico, isolamento, calo scolastico e, nei soggetti vulnerabili, anche alla comparsa di sintomi psicotici. A rendere tutto più complesso c’è una cultura diffusa che, attraverso social, musica e modelli di gruppo, tende talvolta a normalizzare l’uso di sostanze. Ai ragazzi può arrivare un messaggio ambiguo: “lo fanno tutti”, “non è grave”, “serve per divertirsi”, “aiuta a stare meglio”. Per questo adulti, scuola e famiglie devono parlarne in modo chiaro, non moralistico, ma realistico e informato.
Quali segnali osservare?
Ogni ragazzo è diverso, ma alcuni cambiamenti meritano attenzione quando diventano intensi, duraturi o interferiscono con la vita quotidiana: isolamento improvviso, perdita di interesse, calo del rendimento scolastico, irritabilità marcata, tristezza persistente, crisi d’ansia, disturbi del sonno, cambiamenti nell’appetito, difficoltà di concentrazione, ritiro dalle amicizie, uso di alcol o sostanze, eccessivo tempo online, comportamenti impulsivi o frasi di autosvalutazione. Un singolo episodio non deve necessariamente allarmare, ma un cambiamento prolungato va ascoltato.
Come aiutare un ragazzo in difficoltà?
Con l’ascolto. Un adolescente che soffre ha bisogno di sentirsi accolto, non giudicato. Frasi come “non hai motivo di stare male”, “alla tua età non hai problemi”, “è solo pigrizia” o “devi reagire” rischiano di aumentare solitudine e vergogna. È più utile dire: “Mi sembra che tu stia facendo fatica”, “Sono qui”, “Possiamo parlarne”, “Cerchiamo insieme qualcuno che possa aiutarci”. Anche la scuola ha un ruolo fondamentale: può cogliere segnali precoci come calo dell’attenzione, peggioramento del rendimento, isolamento, assenze frequenti, cambiamenti nel comportamento o difficoltà nella gestione delle emozioni. Per questo è importante investire nella formazione del personale scolastico. Il riconoscimento precoce permette di intervenire quando la finestra terapeutica ed educativa è più favorevole. Agli insegnanti non si chiede di fare diagnosi, ma di osservare, segnalare e collaborare con famiglia e professionisti.
A chi rivolgersi?
E’ importante chiedere supporto a professionisti qualificati: pediatra, medico di famiglia, psicologo, psicoterapeuta, neuropsichiatra infantile o, per i giovani adulti, psichiatra. Serve uno sguardo competente, capace di distinguere tra disagio transitorio, difficoltà evolutiva e vera condizione clinica. Le cure oggi disponibili sono efficaci: psicoterapia, in particolare cognitivo-comportamentale, interventi familiari, educazione emotiva, attività sportive e relazionali, tecniche di gestione dell’ansia, supporto scolastico mirato e, quando necessario, terapia farmacologica sotto controllo medico specialistico. Ogni percorso deve essere personalizzato.
Un messaggio alle famiglie?
Queste situazioni non sono capricci, debolezze o mancanza di volontà. Sono segnali che meritano ascolto e possono riguardare qualsiasi famiglia. Per i genitori il compito più importante è restare presenti: osservare senza invadere, ascoltare senza giudicare, porre limiti quando necessario, ma anche chiedere aiuto senza vergogna. Riconoscere il disagio di un ragazzo significa offrirgli la possibilità di ritrovare equilibrio, fiducia e serenità. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di cura e di coraggio.
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