Quando il dolore al cuore dipende dal microcircolo
L’esperta Può capitare a volte che le coronarie siano ok e che tutti gli esami siano negativi ma che l’angina persista. La cardiologa Elena Sala spiega perché il problema può nascondersi nei capillari e quali sono le soluzioni
Lettura 4 min.La disfunzione microvascolare è una problematica del microcircolo coronarico spesso misconosciuta ma che può avere conseguenze importanti sulla qualità di vita di chi ne soffre. Ne abbiamo parlato con Elena Sala, cardiologa dell’Unità Operativa di Cardiologia Universitaria ed Imaging Cardiaco presso l’Irccs Ospedale Galeazzi - Sant’Ambrogio e dell’Istituto Clinico Villa Aprica.
Dottoressa che cos’è la disfunzione del microcircolo?
È una condizione sempre più attenzionata in ambito cardiologico, significativa e che può avere conseguenze importanti. Sebbene ci sia più conoscenza oggi su questa condizione, ancora troppe volte è sottovalutata e quindi misconosciuta, ma è necessario indagarla in maniera approfondita.
Come mai?
Quando parliamo di cuore siamo soliti pensare alle arterie delle stesso come alle coronarie di maggior calibro, quindi, di arterie di qualche millimetro che possono essere agevolmente visualizzate con esami come la coronarografia o la Tc cardiaca. Il microcircolo, invece, è costituito da vasi di piccolo calibro, capillari minuscoli, che non sono visualizzabili come le arterie più grandi. Ma anche questi piccoli capillari si possono ammalare, cioè non funzionare come dovrebbero, e dare problemi, ad esempio se si irrigidiscono e non si dilatano adeguatamente nel momento in cui il cuore ha maggior bisogno di sangue.
Cosa succede in questi casi?
Pensiamo a situazioni sotto sforzo, accade che il microcircolo non funziona adeguatamente e si manifesta un dolore al petto, un senso di oppressione e di mancanza di fiato, ovvero l’angina pectoris.
Un sintomo che spaventa però?
Si, ma accade spesso che gli accertamenti di primo livello a cui si sottopongono pazienti con disfunzione del microcircolo diano esito negativo, quindi, molte persone con angina pectoris si sentono dire che gli esami sono nella norma, ma il sintomo persiste. La diagnosi può così essere tardiva e nel frattempo vivono una situazione di frustrazione in quanto i sintomi vengono valutati come stress o ansia. In sostanza il sintomo è reale ma non viene capito.
Quali sono i fattori di rischio?
Sono i tipici fattori di rischio cardiovascolare come colesterolo alto, ipertensione arteriosa, diabete mellito, fumo, sedentarietà, ma anche la familiarità per malattie di questo tipo. Per quanto riguarda la popolazione femminile, inoltre, è sempre utile ricordare che dopo la menopausa il rischio di problematiche cardiovascolari aumenta a causa dei cambiamenti ormonali.
Ma quali sono gli accertamenti necessari per porre una diagnosi di disfunzione microvascolare visto che, come spiegava, molto spesso a un primo screening non sembra esserci nulla di preoccupante?
La prima cosa da dire è che se una persona presenta i sintomi citati, quindi l’angina pectoris, deve rivolgersi a un cardiologo anche se gli esami tradizionali hanno dato esito negativo. Gli accertamenti possono prevedere esami di primo livello come elettrocardiogramma o ecocardiogramma. Per quanto riguarda gli esami di secondo livello per andare ad escludere che non vi sia un problema nelle arterie del cuore di maggior calibro possiamo valutare una Tc coronarica piuttosto che una coronarografia. Dobbiamo pensare, infatti, alle arterie del cuore come a delle strade: ci sono le autostrade (le coronarie di maggior calibro) ma ci sono anche vicoletti e stradine, che sono ugualmente importanti affinché il traffico possa essere regolato in maniera adeguata.
Se le autostrade sono libere ma i sintomi rimangono?
Dobbiamo verificare che il problema non sia nelle vie o nei vicoletti. In questi casi vengono eseguiti esami di terzo livello per andare a indagare i piccoli capillari.
Ma quali sono le conseguenze di una disfunzione microvascolare?
La problematica ha un forte impatto sulla qualità di vita del paziente, pensiamo solo al dolore al petto ogni volta che si esegue uno sforzo al quale si aggiunge anche un affaticamento anomalo e una mancanza di fiato importante. In alcuni casi, inoltre, può esserci un rischio aumentato di eventi cardiovascolari nel lungo termine come ischemia miocardica, maggior rischio cardiovascolare, ma anche ricoveri frequenti.
Una volta posta la diagnosi, quali sono le strategie terapeutiche a disposizione?
Sebbene si tratti di una problematica da non sottovalutare, fortunatamente abbiamo delle terapie a disposizione. Per quanto riguarda i trattamenti non farmacologici il cambiamento dello stile di vita è senza dubbio fondamentale, come per le altre problematiche cardiovascolari, perché consente di andare ad agire sui fattori di rischio modificabili. L’indicazione è di seguire un’alimentazione equilibrata, fare attività fisica regolare, controllare il peso, non fumare e controllare lo stress.
E per quanto riguarda le terapie farmacologiche?
Quando parliamo di microcircolo non possiamo agire come nel caso delle coronarie di maggior calibro che possono essere trattate con l’angioplastica, non possiamo pensare di inserire uno stent in un capillare per ripristinare la circolazione del sangue. Abbiamo però dei farmaci a disposizione che, in base al singolo caso, possono aiutare a dare sollievo dai sintomi e agire sulle cause. Tra questi, ad esempio, i farmaci beta-bloccanti, calcio-antagonisti, nitrati, e altre molecole.
E per quanto riguarda il follow up di questi pazienti?
L’aspetto fondamentale che il paziente deve comprendere è che per queste problematiche il follow up è necessario, in quanto il monitoraggio del paziente stesso consente al cardiologo di fiducia di intercettare eventuali criticità e di andare agire laddove necessario, magari modificando la terapia. Generalmente il controllo cardiologico viene eseguito una volta l’anno, salvo necessità differenti, e sarà il cardiologo stesso a valutare la necessità o meno di eventuali accertamenti nel corso del tempo. È importante, come detto, che il paziente non si perda durante il percorso perché spesso si va a iniziare una terapia con un dosaggio basso che, solo nel corso del tempo, può essere aumentato per dare al paziente una stabilità ottimale. Se però il paziente smette di fare i controlli questo non è possibile e possono esserci rischi per la salute del paziente stesso.
In termini di prevenzione, oltre a seguire sani stili di vita, cosa si può fare?
Andare ad agire sui fattori di rischio modificabili è importante sia in termini di cura che di prevenzione, quindi, eliminare l’abitudine al tabagismo, ad esempio, è qualcosa che può cambiare la storia clinica di un paziente. Lo stesso il mantenere un peso salutare e contrastare la sedentarietà. Esistono però dei fattori di rischio non modificabili, come la familiarità, e qui la vera prevenzione è quella di essere consapevoli di questa predisposizione genetica e di affidarsi precocemente al cardiologo di fiducia, che aiuterà il paziente a comprendere l’importanza di seguire il più possibile uno stile di vita sano, ma anche quando e quali esami di screening cardiovascolare eseguire per poter intercettare precocemente eventuali situazioni a rischio.
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