L’ex azzurro Comazzi:«Il Como in... testa. Per me basta calcio, ora solo acqua e vino»

Intervista «Io enologo, faccio il sub. Gli azzurri mi lanciarono, che testata a Saronno»

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Alberto Comazzi era uno dei due centrali di un certo Como di Preziosi. Quello che sfiorò la B nel 1999 con Trainini e quello più deludente dell’anno dopo con tre allenatori, De Vecchi, Marini e Dominissini. A Como arrivò giovanissimo, dal settore giovanile del Milan, calciatore in rampa di lancio. Poi casa sua è diventata Verona, con i gialloblù ha disputato cinque campionati, dopo aver vestito anche le maglia di Monza e Lazio. Nella galleria dei personaggi azzurri spariti dai radar, Alberto ha una storia particolare per via della doppia attività che svolge, subacqueo ed enologo. Dopo aver dato l’addio al calcio. Definitivo.

Ciao Alberto, niente più calcio?

No. Basta. L’ho lasciato completamente. Non mi vedevo nè dirigente nè allenatore. Non vedo una partita da dieci anni... Anzi no. A dire il vero, in questo campionato ho visto Como-Verona in tv.

Urca, la tua partita.

Vero, due squadre significative per me. Como mi ha lanciato, per me è indimenticabile, venivo dal settore giovanile del Milan, in quel posto sono cresciuto. Poi tanti anni a Verona dove mi sono fermato. Abito ancora nella Valpolicella.

E cosa hai visto?

Il Como mi ha impressionato. E mi impressiona la mano i Fabregas. Sì, ci sono i soldi, la società e ricca, ma secondo me la mano di Fabregas è fondamentale, per come si occupa del progetto a 360 gradi. Davvero speciale. Mi piaceva tanto anche da giocatore. Tra l’altro già si vedeva che avrebbe fatto l’allenatore. Io ne ho avuto due di quel tipo lì: De Zerbi nelle giovanili del Milan e a Como, e poi Italiano a Verona. Capivi subito che sarebbero diventati degli allenatori, per come parlavano in campo.

Ti fa effetto vedere il Como così in alto?

Beh certo, un bel salto in avanti. Anche se anche ai nostri tempi la piazza era infiammata, eravamo in C, ma c’erano grandi sfide e tanta ambizione.

Vero che adesso fai il sub?

Sì, è la mia professione da una decina d’anni. Già quando ero calciatore per diletto mi sono appassionato, andavamo con la famiglia nei luoghi esotici a vedere i pesci. Un divertimento. Ma la passione era talmente forte che ho preso il brevetto e ne ho fatto un lavoro.

E cosa fai?

Giro il mondo a lavorare in cantieri subacquei. Lavori di precisione, saldature. Adesso a Genova sto lavorando al nuovo porto.

Un lavoro anche pericoloso...

Devi essere preparato. Soprattutto un lavoro dove devi avere sempre sangue freddo e lucidità. Ogni problema deve essere gestito con calma, il panico non aiuta.

Però sul web compari con le bottiglie di vino in mano, in senso professionale.

Vicino a casa mia c’è la facoltà di enologia, tre minuti a piedi. Mi sono iscritto, sono riuscito a entrare, e non era facile. E mi sono laureato in quattro anni. Adesso sono enologo.

Con che prospettiva?

Girando il mondo mi sono appassionato al vino. Ho assaggiato prodotti fantastici. Così la cosa mi ha incuriosito. Adesso posso dire di saper fare il vino. Vedremo che sviluppi avrà questa strada. Intanto l’ho abbinata al mio lavoro vero.

In che senso?

Faccio parte della UndeWasteWine, che si occupa dell’invecchiamento del vino sott’acqua.

Una cosa del genere la fanno anche a Como, nel lago.

Lo so, ne ho sentito parlare. A Genova lo fanno da tanti anni. Io l’ho fatto a Ischia.

Funziona?

Per alcuni vini sì, facendo delle comparazioni c’è un affinamento migliore grazie al lavoro diverso dei lieviti.

In futuro farai il vino?

Chi può dirlo? Ma credo che possa essere una opzione quando l’altro lavoro diventerà troppo esigente dal punto di vista fisico.

Vino preferito?

Il Nebbiolo. Io sono di Novara, non dimentico le origini.

Non dirlo a Verona... si immerso nei vigneti del Valpolicella..

Buono anche quello, per carità.

Cosa ricordi del Como?

Eravamo in un progetto competitivo. Il primo anno siamo andati ai playoff ma abbiamo perso con la Pistoiese. Il secondo anno è stato tutto più difficile. De Vecchi, che avevo avuto al Milan, forse era ancora un allenatore troppo da settore giovanile e con gli adulti non andava bene. Marini era un personaggione, spassoso, ma il suo calcio forse un po’ antico.

Senti ancora i tuoi vecchi compagni?

Soprattutto il primo anno eravamo un grande gruppo, Rocchi Saudati, Baraldi, Colombo, Damiani...

Ricordi speciali?

Le botte che ci siamo dati con il Livorno, con Bonaldi e il povero Protti. Che battaglie. E poi i miei due gol. Uno in campionato con il Modena e un in Coppa Italia al Maradona contro il Napoli.

E poi la testata di Saronno...

E quella chi se la scorda più? Andammo io e Baraldi su una palla, l’attaccante mi spinse che ero in volo e andai addosso a Lele. Che botta! A me misero 18 punti di sutura, Lele aveva un taglio alla tempia e un trauma cranico. E infatti perse i sensi, mentre io, al parte la ferita, stavo bene. Ma zampillavo sangue come una fontana, impressionante.

E non era finita.

Già. Arrivati al Pronto Soccorso, arrivò la barella con sopra il direttore sportivo Giorgio Vitali che era stato colpito da infarto. Una domenica pazzesca.

Verrai a Como?

Sarei molto curioso di venire a vedere una partita a Como. Se trovo il biglietto...

Nel frattempo, cin cin...

Certo. Cin cin.

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