«Liberali ve lo racconto io. Diamante grezzo del Como»

Andrea Biffi è stato il primo allenatore del giocatore al Milan, seguendolo per tre stagioni. Un legame che non si è più interrotto

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Como

Prima istantanea. Minuto 71, il Como sta pareggiando con l’Udinese. Fabregas accompagna Mattia Liberali verso la metà campo. Sta per entrare. Cesc lo sprona, lo incoraggia. Lo fa con energia e affetto. Un linguaggio – verbale e non – che fotografa e racconta la fiducia che l’allenatore ripone nel suo talento. Ma, in fondo, lo si era già capito dalle parole usate dall’allenatore ogni volta che gli chiedeva del giovane italiano: «È un ragazzo umile e ambizioso. Ha una lunga strada davanti».

«È sempre stato speciale, diverso dagli altri». La mente di Andrea Biffi torna a qualche anno fa. Il tono della sua voce nasconde un velo di emozione. È stato il primo allenatore di Liberali al Milan, seguendolo per tre stagioni. Un legame che non si è più interrotto.

Seconda istantanea. Mattia ha sei anni ed entra a far parte del settore giovanile rossonero. «Lo voleva l’Inter. Siamo riusciti ad anticiparli e portarlo da noi. Giocava a Muggiò. È bastato un provino per convincerci. Dopo neanche un anno era già aggregato con i 2006», racconta Biffi. Personalità e tecnica, quel bambino sorprende tutti: «Dopo i primi allenamenti non avevo ancora capito se fosse destro o mancino. Una qualità impressionante». Ad accompagnarlo mamma e papà, fondamentali nella sua crescita: «Una famiglia unica che non gli ha mai messo pressioni e che l’ha sostenuto nei momenti più duri».

Altra istantanea, la passione. A rendere speciale “Libe”, come lo chiamano i compagni, non è solo il talento. C’è anche quel fuoco che lo anima. Non è solo il divertimento per uno sport, ma è amore, cura, attenzione.

Pensa sempre al pallone, anche quando finiti gli allenamenti «tornava a casa e costringeva suo papà a fermarsi nel box per esercitarsi nei dribbling. I genitori mi mandavano i suoi video». Vuole crescere. Vuole imparare. Anche in questo, è già più grande rispetto ai suoi compagni: «Poneva sempre domande. Voleva capire cosa e dove potesse migliorare». Già, le domande. Anni dopo, continua a farle. Al tempo a Biffi, oggi a Cesc (che lo ha sottolineato più volte nelle conferenze). La fiamma non si è mai spenta.

Stupisce tutti. Compagni, avversari e genitori: «Una volta superò un bambino con una bicicletta. Il pallone disegnò un arcobaleno. Fu standing ovation». Mattia osserva e studia.

«Gli facevo guardare i video di Ronaldo, Ronaldinho e Zidane. E in campo replicava i loro dribbling. Amava farli. Doveva farli. Ne aveva bisogno. Doveva dimostrare di essere il più forte – continua Biffi –. Più erano forti gli avversari, più si esaltava. Lo facevo giocare in difesa, almeno aveva più avversari da saltare. Ricordo ancora una partita con l’Ajax. Decise di vincerla da solo: segnò tre gol». O quel torneo in Francia, dove costringe i genitori a farlo partire, nonostante si sia aperto l’addome in giardino due giorni prima: «Prese tante botte, ma giocò tutte le partite». Mentalità.

Mattia, però, conosce anche il buio. Ha tanta qualità, ma basso e gracile: «Negli anni successivi, ha trovato davvero poco spazio. Non era strutturato, gli allenatori gli preferivano giocatori più fisici». Il bambino diventa grande: «Non ha mollato. Ha sempre dovuto dimostrare più degli altri per poter giocare. Credetemi, nessuno gli ha mai regalato niente».

Altra immagine. Il 15 dicembre 2024 l’esordio in A con il Milan. Il sogno, però, si scontra con la realtà. La fiducia dei rossoneri viene meno: «Ha dimostrato coraggio. È emersa la sua voglia di dimostrare quanto valesse a chi non ha creduto in lui. Non è semplice lasciare quella che è stata la tua casa. Soprattutto, se si chiama Milan. Lui l’ha fatto». E ha avuto ragione. Una stagione da protagonista a Catanzaro e poi il Como: «La realtà perfetta per lui, con un allenatore che crede nelle sue qualità. L’ho sentito in questi giorni. È entusiasta ed è consapevole dell’importanza di questa opportunità. E sente che società e staff vogliono il suo bene».

Con un consiglio: «Non dimenticarsi di osare». E una speranza: «Gli auguro di diventare il prossimo 10 della Nazionale. Sarebbe un esempio per tutti quei piccoli fantasisti che troppo spesso vengono sacrificati in nome della forza fisica». «Il diamante grezzo» ora brilla a Como. Parola di Cesc. L’istantanea più bella.

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