Parla il primo presidente di Fabregas: «Cesc a dieci anni ere già competitivo»

Racconto Campos guidava un piccolo club: «Incredibile la sua visione di gioco. Ordinai: se arrivano gli osservatori, fatelo uscire. O ce lo portano via subito»

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Como

«Vedete quel bambino? Quello allegro, con la maglia a strisce gialle e nere e con lo sguardo sveglio. È Fabregas». Quando racconta del giovane Cesc, sorride Rafa Campos, ora agente Fifa, al tempo presidente del CD Mataró, club del piccolo comune spagnolo dove è iniziato il viaggio nel calcio di Fabregas. Ne parla con orgoglio e felicità: «Credo che stia facendo un lavoro spettacolare al Como. Ha le idee molto chiare sul tipo di calcio che vuole proporre e sul tipo di giocatori di cui ha bisogno per poterlo fare».

Un attimo Rafa, un passo indietro. Torniamo a quel paesino a pochi chilometri da Barcellona che ha una cornice chiara e significativa nella mappa di Fabregas. Cesc ha 10 anni quando entra a far parte del club: «Il grande merito del suo arrivo fu del signor Blai, un maestro nello scovare talenti. Lo vide giocare nell’Arenys de Mar, la squadra del suo paese natale e lo portò a giocare nell’Alevín A del CD Mataró. Aveva un anno in meno rispetto ai suoi compagni, ma già si distingueva». La mente di Rafa torna a quei momenti: «Sono stato presidente del club dal 1993 al 1998, appena in tempo per vedere Cesc. Era un ragazzino minuto, ma con un’incredibile visione di gioco. Una padronanza totale del passaggio, sia corto che lungo, controllo orientato e una capacità decisionale superiore rispetto ai coetanei. Era chiaro che mi trovassi davanti a un talento straordinario».

Personalità

A renderlo unico, forse, era però un’altra sua sfumatura: la personalità. Forte e distinta, nonostante la giovane età: «Era competitivo, ambizioso, molto intelligente e precoce». Con gli obiettivi già definiti: «Era un ragazzino serio, con dei valori e con le idee chiare. Il percorso che ha compiuto successivamente lo dimostra. Aveva una passione assoluta per il calcio e già allora era completamente concentrato sul voler arrivare ai massimi livelli».

Al Mataró Cesc ci starà solo una stagione: «Alla terza o quarta giornata di campionato, Rodolfo Borrell, allenatore dell’Alevín A del Barcellona, venne a vedere una partita. Appena vide Cesc rimase impressionato. Chiese informazioni su di lui al signor Blai, che gli confessò di averlo tenuto nascosto». Nascosto? «Aveva dato ordine al suo allenatore di sostituirlo nel caso fosse comparso qualche osservatore del Barça. Sapevamo che, se lo avessero visto giocare, ce lo avrebbero portato via ancora prima dell’inizio della stagione». I due club raggiungono un accordo: «Cesc avrebbe terminato la stagione con noi, ma ogni mercoledì si sarebbe allenato con loro». E poi via, in viaggio verso la Masia, casa del suo idolo: «Guardiola era il suo riferimento. So che Pep gli regalò una sua maglia con una dedica molto speciale, incoraggiandolo affinché un giorno indossasse il numero 4 del Barça».

Un’eredità raccolta, a centrocampo e in panchina: «Credo che Cesc abbia tutte le qualità per diventare uno dei migliori allenatori del mondo. Ha imparato dai più grandi. Con il suo carattere, le sue conoscenze e la sua esperienza arriverà lontano». Come dimostra la qualificazione alla Champions, un traguardo «dal valore enorme. E, ancor più importante e significativo, è riuscito a dare al Como una sua identità e personalità». Talento, mentalità, intelligenza: è nato per grandi cose. Oggi come anni fa, quel bambino «è destinato a fare la storia».

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