( foto cusa)
Intervista Il centrocampista francese sempre presente nell’ascesa dalla B all’Europa: «La società mantiene le promesse. Fabregas? Persona unica. Vive il calcio ancora come un giocatore»
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Se dovessimo fare il nome di un singolo giocatore per descrivere la parabola del Como negli ultimi anni, senza dubbio la scelta ricadrebbe su Lucas Da Cunha. Il capitano. Quello che c’è sempre stato in tutto il percorso dalla serie B all’Europa, dimostrando di essere un perno centrale della squadra.
Arrivato al Como a ventun anni e mezzo nel gennaio 2023, quando in panchina c’era ancora Longo mentre Fabregas, pensate un po’, era un suo compagno di squadra, nel giro di poche stagioni Da Cunha ha sorpreso tutti per talento e atteggiamento da leader. Dopo la storica qualificazione a una competizione Europea, il centrocampista francese ha parlato in esclusiva al nostro quotidiano.
Direi benissimo. Qui a Como mi sento a casa. Sono arrivato in Serie B per fare minutaggio e ottenere fiducia dopo gli anni al Nizza. Alla fine abbiamo fatto un percorso incredibile e oggi lottiamo per la Champions: sono contento della mia scelta.
Molto semplice: quando dicono una cosa la fanno subito. Penso al centro sportivo, per noi giocatori è stato incredibile vederlo nascere in così poco tempo. Non parlano per niente e mantengono le promesse. Questo è un valore.
È vero, si parla sempre del fuoriclasse che è stato da calciatore e della sua idea in panchina. Io però voglio sottolineare la persona incredibile che è. Già quando ci siamo conosciuti in Serie B che lui giocava ancora, è venuto subito a parlarmi. Ci siamo intesi in fretta perché parlava francese, avendo giocato al Monaco. Mi ha detto semplicemente: “Se hai bisogno di qualcosa ci sono”. Avere la sua fiducia mi ha aiutato.
Sì, l’anno scorso avevamo bisogno di un uomo in più in mezzo al campo. Mi ha detto che pensava che potessi far bene anche lì. Gli ho dato disponibilità e alla fine ha avuto ragione lui. Oggi sono ancora qui e sto bene. Sento che posso ancora crescere.
Ci tiene tantissimo. Ogni partita studiamo come possiamo far male all’avversario che abbiamo di fronte, ma anche come difenderci. Fabregas vive il calcio come fosse ancora un giocatore. Ha passione e la trasmette. Non guarda l’allenamento, lo vive ad alta intensità. Questo lo rende differente dagli altri.
Sicuramente la promozione in Serie A è stato il coronamento di un sogno: mi ha fatto bene al cuore. Poi, personalmente, la vittoria di quest’anno a Napoli in Coppa Italia è stato il momento più forte di tutti a livello emotivo.
Mi è sempre piaciuto tantissimo Cristiano Ronaldo, perché è sempre riuscito a mantenere un livello incredibile in carriera. Nel mio ruolo però dico Valverde. Sa fare tutto: segna, dribbla, difende. Ho l’ambizione di arrivare a quel livello lì.
Mi piace il 3 per alcuni momenti importanti. Ho segnato il mio primo gol da professionista un 3 del mese. Anche la prima doppietta è arrivata il giorno 3. Poi, mio fratello è nato il 3, quindi quando ho visto che era libero il 33 ho pensato che fosse quello giusto per me.
Sì, dopo gli errori di Nico abbiamo lavorato tanto in allenamento e il mister ha visto che tiravo bene. Quando si è presentata l’occasione, sono andato subito a prendere la palla, benché ci sia anche Douvikas che è molto bravo a calciare. Ho segnato e da quel momento non mi tiro indietro, ma posso lasciarlo tranquillamente anche a un compagno quando se la sente.
C’è una bella intesa con Caqueret, essendo anche lui francese. In generale mi trovo molto bene con tutti. Siamo un gruppo giovane a cui piace ridere e scherzare insieme. Lo spogliatoio è davvero top, non ci sono mai problemi.
Moutir è stato importantissimo al mio arrivo a Como, anche lui parlava francese. Oggi lo sento ancora, abbiamo un gruppo WhatsApp e ci aggiorniamo. Direi che sta bene, si sta riprendendo a poco a poco dopo il brutto infortunio.
Intanto non avevo mai pensato di diventarlo (ride, ndr). Il mio lavoro è poco, perché tutti hanno la testa sulle spalle e sono bravi ragazzi, non c’è nulla di grosso da gestire. Io sono una persona timida di carattere, non amo parlare troppo. Il mio ruolo consiste nell’essere sempre d’esempio durante il lavoro, rispettando orari, indicazioni etc.
Certo, non sempre tutto è bello. Quest’anno le due sconfitte con l’Inter sono state una mazzata. Abbiamo avuto difficoltà a rilanciarci perché credevamo davvero di poter andare in finale. Ci ha fatto male, ma sapevamo di dover cambiar subito mentalità per finire bene la stagione. Il mister è sempre positivo con noi e questo dimostra la persona che è. Personalmente, ho cercato di far capire alla squadra che quella rabbia dovevamo farla sentire a tutti in campo. In poco tempo siamo tornati sulla giusta strada.
A me sembra difficile (ride, ndr). Ogni partita è a sé: puoi vincere contro le grandi, poi magari faticare a Verona. Tutti lavorano tatticamente, in Francia questo succede meno. Le squadre più piccole fanno meno tattica. Secondo me la Serie A è più difficile della Ligue 1.
Se continuiamo questo lavoro possiamo puntare a obiettivi sempre più ambiziosi. Non abbiamo limiti. Difficile prevedere il futuro ma di sicuro in Europa vogliamo dire la nostra e migliorare ancora il piazzamento in campionato.
Vedere i lavori allo stadio è molto importante anche per noi. In quel posto ci sentiamo a casa, viviamo emozioni uniche con i tifosi. Per la squadra è troppo importante vedere una crescita anche degli impianti. Siamo felici.
A mio padre, che ha sempre creduto in me. Sapeva che quando sono arrivato non era facile ambientarsi. Mi ha sempre detto di stare tranquillo e lavorare. Alla fine ha avuto ragione. Se mi guardo indietro, sono una persona più matura oggi.
Sogno non lo so. Di certo è un obiettivo a cui punto. Prima però voglio arrivare al top qui a Como.
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