Giovani e ribelli: la nuova Serie A con i tecnici under 45
Focus Nel prossimo campionato gli allenatori avranno un’età media tra le più basse degli ultimi dieci anni. I club puntano su profili freschi che possano garantire idee moderne. Fabregas è il modello da seguire
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Se non puoi permetterti Fabregas, allora conviene puntare su qualcuno che almeno gli assomigli. Non tanto per l’estetica, quanto per l’età e le idee di gioco che cerca di proporre. Questa la linea che stanno portando avanti tanti club di Serie A, che nel prossimo campionato hanno affidato le panchine ad allenatori giovani, buona parte under 45, in modo che questi possano garantire concetti moderni in un calcio in continua evoluzione.
La linea verde dei tecnici si è imposta grazie agli arrivi di Abate al Torino (40 anni), Tedesco al Bologna (40 anni), Aquilani al Sassuolo (41 anni) e Amorim al Milan (41 anni). Nomi che si aggiungono ai già presenti Cuesta (30 anni), Fabregas (39 anni), Pisacane (40 anni), De Rossi (42 anni) e Chivu (45 anni). Insomma, quasi la metà delle panchine è affidata a tecnici stabilmente sotto i 45 anni. Oggi la Serie A - con allenatori di un’età media pari a 49,9 anni - insegue la scia under 50 dei top campionati europei, che vede la Premier League davanti a tutti con tecnici in media di 43 anni, seguita dai 44 della Bundesliga e dai 47 della Liga.
Giochisti e risultatisti
Ma basta davvero puntare su un giovane per ottenere risultati diversi in termini di gioco? Qui entra in ballo la solita diatriba tra giochisti e risultatisti che non troverà mai soluzioni concrete.
Tecnici come Gasperini (oggi il meno giovane di tutta la Serie A con 68 anni) sono stati in grado di aggiornarsi stagione dopo stagione, trovando sempre nuove soluzioni in base al contesto. Lo stesso si potrebbe dire per Sarri o per Spalletti, anche loro over 65, ma con un’esperienza che può far comodo nelle fasi calde della stagione. Insomma, più che una questione d’età, molto dipende dall’atteggiamento dei diversi allenatori. Fabregas in questi anni ci ha abituato a uno studio meticoloso del dettaglio e non è un caso che tanti colleghi – l’ultimo, Aquilani qualche giorno fa – abbiano confessato di aver contattato Cesc per chiedergli dei consigli.
E così anche coloro che sono più in là con gli anni, vedi Spalletti la scorsa stagione, hanno palesato manifestazioni di stima per il tecnico spagnolo, sempre proiettato a una dimensione evolutiva del suo gioco, che non si basa su regole fisse ma varia a seconda dell’avversario e degli interpreti.
Questione di tempo
Poi c’è un’altra questione, che riguarda direttamente le società. Perché uno degli errori più tipici che capita spesso di fare ai club, incapaci di gestire la pressione dei tifosi, è quello di concedere poco tempo ai tecnici per poter dar vita al loro progetto. Bastano due risultati negativi per mettere in discussione tutto. Era successo anche a Fabregas il primo anno di Serie A, quando dopo le sconfitte contro Torino, Lazio ed Empoli qualcuno invocava le dimissioni. In quel caso, la società è stata forte a reggere l’urto che arriva da fuori, credendo nelle idee di Cesc anche quando le cose sembravano andare male.
Se oggi Fabregas è uno degli allenatori più ammirati nel panorama europeo, molto è dovuto anche a chi ha saputo dargli fiducia mentre in tanti storcevano il naso. Ora il Como se lo coccola e la Serie A prova ad adeguarsi. Vedremo se anche gli altri club avranno pazienza con le nuove guide tecniche. Anche in questo la società lariana è un modello.
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