Vendono la casa, ma non era loro. Chiesta la condanna per tre mediatori
Lo stabile “conteso” al civico 5 di via Corrado e Giulio Venini

Vendono la casa, ma non era loro. Chiesta la condanna per tre mediatori

Si erano fatti consegnare una caparra di 200mila euro su un totale di 730mila. L’edificio di via Venini era già stato venduto all’asta a un’altra agenzia immobiliare

Spesso si pensa che quello del mattone sia un investimento sicuro. Ma l’affare da 730mila euro (iva esclusa) si è rivelato, in realtà, una truffa da 200mila euro. Perché chi stava vendendo la casa, in realtà, non ne era il legittimo proprietario.

E il prossimo 6 marzo, in tribunale a Como, il giudice Alessandra Mariconti dovrebbe arrivare a una decisione nei confronti di Fiorangelo Patelli, 60 anni di Limbiate, Giuseppe Murro, 75 anni, originario di Cerchiara di Calabria, e difeso dall’avvocato Giuseppe Botta, e Pasquale Mattioli, 56 anni di Seregno, quest’ultimo assistito dall’avvocato Rita Mallone, tutti riconducibili allo studio immobiliare Fontanile, accusati di truffa in concorso ai danni della società Ibisco, che pensava di aver fatto un “affarone”. Un quarto indagato, un milanese di 60 anni, è uscito dal processo, avendo patteggiato in udienza preliminare.

La vicenda è “vecchia” di 8 anni e mezzo: bisogna tornare all’agosto del 2006, quando Murro si presenta all’ingegner Massimo Seveso, tecnico di fiducia della Ibisco (una società milanese) proponendo la vendita di un immobile in via Venini 5, che lo studio Fontanile - a suo dire - si era aggiudicato a una non meglio precisata asta.

La trattativa nel giro di poco tempo va in porto: è l’1 ottobre 2006 quando i responsabili della Ibisco sottoscrivono un contratto preliminare, fissando il prezzo di vendita in 730mila euro (oltre all’Iva). Quel giorno viene anche versata la caparra da 200mila euro, con 4 assegni circolari da 50mila euro. Il rogito notarile era previsto per il luglio 2007.

Poi più nulla. E così la società Ibisco fa una visura catastale e scopre, suo malgrado, che l’immobile, che era di proprietà delle Ferrovie, era stato ceduto all’asta a un’agenzia immobiliare che nulla centrava con la Fontanile. Insomma, avevano cercato di vendere una casa non loro. La caparra non è stata mai richiesta: ora il pm ha chiesto una condanna a 8 mesi e 200 euro di multa per i tre protagonisti del raggiro.

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