Il lago di Como non decolla
«I turisti di prossimità?
Non basteranno mai»

L’intervista sulla crisi e il possibile rilancio del turismo a Severino Beri, presidente di Federalberghi Lecco e direttore del Royal Victoria di Varenna

Il lago di Como non decolla «I turisti di prossimità? Non basteranno mai»
Severino Beri

Severino Beri, presidente lecchese di Federalberghi e direttore degli hotel Royal Victoria e Villa Cipressi di Varenna.

In giugno si prevedeva una ripresa di prenotazioni su luglio e agosto. Come sta andando?

Abbiamo zero turisti da Australia, Stati Uniti e Russia per il blocco dei voli. E zero anche dall’Inghilterra per la loro quarantena. Significa che il 90% del mercato turistico del lago quest’anno non ci sarà. Fino a un mese fa avevamo previsioni un po’ migliori su luglio e agosto, ma la situazione è cambiata in peggio e si è fatta tragica per le nostre imprese. Tutto il lago di Como sta pagando in modo pesantissimo per la pandemia, con importanti strutture ferme fra cui Grand Hotel Menaggio, Villa Lario a Mandello e Hotel Du Lac a Varenna.

Invece il mare e la montagna stanno riuscendo a salvare il salvabile con il turismo di prossimità.

Si profila una crisi di lungo periodo con mancanza dei clienti esteri da Paesi di riferimento per il lago di Como. Da più parti sentiamo dire che per le grandi strutture è possibile una riconversione del business su un turismo italiano. Cosa ne pensa?

È un’idea contraddetta dai numeri. I milioni di turisti che fino all’anno scorso venivano in Italia dall’estero ora si sono ridotti del 90% e il turismo nazionale non coprirà neanche il 5% di quello lasciato scoperto dal mercato internazionale. Riconvertire sul turismo di prossimità sembra una buona idea, ma non sta in piedi. Il problema vero è che se le cose non si aggiustano, cioè se l’epidemia non passa, avremo molto presto un futuro difficile in senso sociale, occupazionale e per le aziende, non solo turistiche. Gli alberghi a quattro o cinque stelle, abituati a una qualità di servizio altissima, con numero di addetti e costi importanti, sono praticamente rovinati se viene a mancare il loro mercato di riferimento dato da clienti con possibilità di spesa.

Le grandi città come Milano e Roma hanno il 70% degli alberghi chiusi. Il turismo di prossimità non sostituirà mai quello che perde il turismo di fascia alta. Nel caso accadesse, sarebbe un ritorno al turismo del Dopoguerra e ciò significa che la metà delle strutture turistico-ricettive di livello medio alto restano senza lavoro, quindi chiudono

Da più parti gli albergatori vengono sollecitati a fare rete per fare economie di scala e abbassare i prezzi alla clientela in questo periodo di emergenza. Farlo migliorerebbe l’occupazione dei posti in camera?

Siamo imprenditori, sono cose che facciamo già: io da tempo lavoro con un gruppo di 10 alberghi per fare economie di scala e promozioni in modo da mandare i nostri clienti stranieri in gita per visitare altre località nazionali. Organizziamo pacchetti tour e diciamo ai clienti che vengono da noi che se vogliono li portiamo anche a vedere il mare, altri laghi o la montagna. Ma il problema è che non c’è domanda, e a fronte di ciò ogni sollecitazione su reti ed economie di scala ora ci suona come aria fritta. Il problema è la paura che la gente ha del virus, non la nostra capacità imprenditoriale. Sappiamo fare il nostro mestiere, altrimenti il nostro settore in Italia non farebbe il 13% di Pil. Reti, economie di scala in questa situazione lasciano il tempo che trovano. Il cliente non c’è. Pasqua, 25 Aprile, Primo Maggio, 2 Giugno, Corpus Domini, Pentecoste: abbiamo perso tutte le feste in cui venivano svizzeri e tedeschi. Ancora 10 settimane e possiamo archiviare l’anno. Ora c’è solo da pregare il Signore.

Cosa servirebbe per aiutare le imprese turistiche a resistere per tempi migliori?

Sarebbero serviti fin dall’inizio aiuti pubblici costanti per tenere in piedi imprese e lavoratori. Al momento lo Stato ha dato poco o niente: 50 milioni, cioè niente, al turismo, e solo sulla carta, contro 100 milioni per i monopattini. Con rispetto per chi produce e vende monopattini, credo che il turismo abbia una valenza maggiore.

Come sarà il 2021?

Sarà un altro anno di sofferenza, ma per certe strutture il problema è arrivarci. Chi ha deciso di aprire lo ha fatto con tagli importanti di personale e aprendo un minor numero di camere. Facciamo operazioni di grande equilibrismo per dare la qualità di sempre contenendo i costi. Ma se non si fa manutenzione sulle strutture, se si interrompe la formazione continua del personale arriveremo al punto in cui molti faticheranno a riaprire. Quel che conta ora sono i dati della pandemia: se se ne va, già la prossima primavera si riparte a mille, perché chi ha rinunciato alle vacanze non vede l’ora di tornare a farle, così come chi ha rinviato i matrimoni. Ma non sono affatto tranquillo sulla questione sanitaria, vedo il numero dei contagi che di nuovo salgono e sono preoccupatissimo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

{# #}