Mercoledì 20 Marzo 2013

Da Di Pietro
a Grillo
Quel vezzo
italiano

Adesso salta fuori che, nell'anno 2007, con Prodi a palazzo Chigi, Antonio Di Pietro entrò in possesso di un'audiocassetta con la prova della compravendita di senatori, attività a cui, stando alla magistratura, era dedito Silvio Berlusconi. L'ex pm, però, a suo dire, si «dimenticò» (risate di sottofondo, per favore) di consegnare lo scottante documento all'autorità giudiziaria e pure di renderlo pubblico. In questo modo contribuì, alla fine del governo che avrebbe dovuto sostenere e aprì le porte dal ritorno del da lui detestato Cavaliere a palazzo Chigi.  L'episodio, che potrebbe rappresentare il chiodo sulla bara della reputazione di Tonino, già gravemente compromessa dalle proprietà immobiliari e magari anche dalle scelte politiche, dovrebbe anche far riflettere su come gli italiani mantengono il vezzo mito dell'uomo della provvidenza, quello che arriva e sistema tutto in quattro e quattr'otto, salvo poi rivelarsi un effimero fuoco d'artificio.
La provvidenza in questo caso va scritta con l'iniziale maiuscola perché è quella deteriore, laica e politica. Ricordate, però, cos'è stato Di Pietro negli anni '90 all'epoca di Tangentopoli? Il personaggio più popolare di tutti, corteggiato, vezzeggiato, idolatrato che avrebbe potuto ambire a qualunque carica dal presidente della Repubblica in giù.
Un vizio antico quello dell'uomo della provvidenza. Il più famoso, ovviamente, resta Mussolini. Ma si potrebbe andare indietro all'epoca di Cola di Rienzo per ritrovarne le tracce.
Quando c'era lui, caro lei. Una tendenza che si era raffreddata durante la Prima Repubblica, grazie forse a qualche anticorpo introdotto dall'antifascismo, salvo poi ripartire a spron battuto nella Seconda. Qualche maligno sostiene che il carisma di Pietro è scemato nel momento in cui l'ex pm ha cominciato a parlare in pubblico.
Nel frattempo però era salito alla ribalta un altro personaggio che sembrava dover cambiare le sorti delle nostre esistenze: Silvio Berlusconi. Ghe pensi mi: giù le tasse, l'economia che riparte, lo Stato leggero e via pirotecnicheggiando. Quanti ci hanno creduto? Poi si è visto com'è andata. Ma intanto passavano via a raffica altri uomini della provvidenza, magari meno eclatanti. Ma gli elogi sprecati per Fini che pure poteva rivendicare quantomeno l'ereditarietà del titolo? E Bossi, quanti peana ha raccolto anche oltre lo steccato del pratone padano? Vogliamo parlare di Monti? Non aveva ancora varcato la soglia di palazzo Chigi che già era il San Giorgio che avrebbe sconfitto il drago dello spread e fatto uscire l'Italia dal tunnel. Alla fine nel tunnel della politicodipendenza ci è finito lui e ha accumulato figure barbine come la grottesca gestione della partita per la presidenza del Senato. Adesso c'è Grillo, il cui mito mostra già le prime crepe.
Certo, la colpa è anche dei media che tendono a seguire l'onda perché applaudire è meno faticoso che pensare. Ma se anche gli italiani avessero un po' più di memoria magari la strada che porta al paese normale potrebbe essere meno accidentata.
Francesco Angelini

Francesco Angelini

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