Lunedì 08 Aprile 2013

La crisi
ha rubato
tutti
i sogni

Ci sono le storie che lacerano le prime pagine dei quotidiani e spaccano gli schermi delle tv, come quella dei due coniugi di Civitanova Marche che hanno rinunciano alla vita per i troppi debiti.
Altre storie neppure lambiscono il confine dei media. Un ragazzo con due lauree e un master vende le scarpe nel negozio di famiglia perché non trova un'occupazione. E meno male che c'è la bottega, con la mamma che lo aiuta e lo sostiene anche se recrimina: «Se l'avessi fatto smettere di studiare prima, quando ancora non c'era la crisi, adesso avrebbe un buon posto». Situazioni diverse, per fortuna anche dal punto di vista emotivo. Ma con un denominatore comune: la crisi che cancella i sogni. Qual è il sogno di un genitore? Tirare grandi i figli dopo aver lavorato duro, vederli sistemati e godersi la pensione, fosse anche solo la partita di bocce e il mezzo litro di bianco.
Invece ci sono tanti genitori costretti ancora a tirare avanti per mantenere la prole. Quelli che, come la mamma del negozio di scarpe, non si ritrovano un bamboccione che non vuole saperne di lasciare il tetto e i desco famigliare. Ma, nonostante gli anni passati sui libri, non può mettere a frutto lo studio
Perché il sogno di tanti giovani è quello di emanciparsi dalla famiglia e di crearne un'altra. E si infrange contro l'impiegato di banca che non può concedere un mutuo per la casa di vent'anni a chi, se va bene, è un precario con uno stipendio garantito per sei mesi.
Qualcuno sta anche peggio. Ci sono i drammi di famiglie con il genitore esodato e il figlio disoccupato.
Senza scomodare Marzullo o Calderon de la Barca, è difficile se non impossibile vivere senza sogni. Quanti hanno deciso di cessare la propria esistenza a causa della crisi? Quante famiglie si sfasciano, quante non si formeranno?
Sarebbero questi gli interrogativi da cui partire per tornare a dare un senso non solo a tante vite ma anche a una società che rischia di non avere più un futuro. Domande a cui dovrebbe dare una risposta la politica. Quella politica sempre più autoreferenziale. La politica del lunare dibattito interno al Pd sull'inciucio con il Pdl, di Berlusconi che non sa più a cosa aggrapparsi per uscire dai guai personali, di Grillo che proprio non vuole scansarsi un attimi per far vedere il film dei 5  Stelle che magari potrebbe non essere così male, dei birignao della Lega a Pontida con l'ipocrisia dell'unità tra Bossi e Maroni, dei saggi esperti in melina. Materia da politologi, anzi da archeologi, perché questi politici ormai hanno le sembianze del soldato che continuava a combattere perché non si era accorto di essere morto.
Neppure i fischi incassati da Laura Boldrini (uno dei prodotti migliori, al dì là delle appartenenze, che può offrire l'attuale Parlamento) ai funerali di Civitanova hanno svegliato la politica. Del resto, come non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire, neppure vi è peggior dormiente di chi non vuole destarsi. Tanto, i leader di partito e i loro congiunti i piedi al caldo ce li hanno. La crisi non li sfiora.
Eppure, un certo De Gasperi, diceva che il politico guarda a un'elezione, lo statista a una generazione. Generazione destinata a perdersi. Perché la crisi e la politica le hanno rubato tutti sogni. E di statisti non si vede l'ombra.
Francesco Angelini

Francesco Angelini

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