Sabato 20 Aprile 2013

Il diavolo
sveste
Prodi
E il Pd

  Il diavolo sveste Prodi. Non ha la coda, neppure le corna. Ma i baffi sì. Anzi, i baffini. Perché alla fine è il solito deja vu. Prodi mette all'angolo Berlusconi (sarebbe stata la terza vittoria, quella più clamorosa: la consegna della coppa). Poi però arriva D'Alema e fa inciampare il Professore perché ambisce al suo posto. Figuriamoci se Massimo poteva permettere che il Mortadella arrivasse al Quirinale senza che la sua candidatura fosse stata presa in considerazione.
Non hanno fatto molta fatica i retroscenisti a svelare l'arcano. D'Alema furioso, dopo l'unanimità pelosa dei grandi elettori del Pd sull'ex presidente della commissione europea. E via con il metodo Penelope, messo in atto con grande scientificità. Diavolo di un D'Alema. E adesso magari toccherà a lui, magari ce la farà, grazie alle generose trasfusioni di sangue pidiellino. Pazienza se sarà la fine del Pd. Ciao Bersani, mandace una cartolina. Perché il partitone nato dalla fusione fredda tra Ds, Margherita e scampoli sembra la Dc al tramonto del 1992.
Quella che mandò Scalfaro al Quirinale con il tritolo di Capaci. Esplosivo a parte, che si spera non serva, l'altra differenza è che quella Dc almeno  il potere se l'era goduto per un bel po'  prima di diventare un vecchio tronco marcio e roso dalle termiti delle correnti. Il Pd manco quello. E il suo segretario, dopo la doppietta autogol Marini-Prodi può entrare nel pantheon con Wil Coyote e Comunardo Niccolai.
Quanto costerò al partito questa doppia debacle in termini di voti? Roba da fondere le calcolatrici. E tanti auguri a Renzi o chi per esso raccoglierà l'eredita di Pierluigi. Perché il Pd è un verminaio senza identità e senza futuro. Forse sarebbe meglio dire: va bene abbiamo scherzato, sciogliamolo questo partito pallido e livido. Perché, quello che non capisce il tattico D'Alema, che di strategia non ci ha mai preso molto, è che l'impallinatura di Prodi, il fondatore e soprattutto il fautore del Pd, il figlio partito che non ha mai avuto, significa la morte del Pd medesimo.
I simboli e le storie in politica pesano.
Che poi il Professore, al di là delle indubbie qualità personali e politiche, non fosse proprio il candidato modello per il Quirinale è un altro discorso. Non a caso,   i grandi leader di partito o istituzionali sono quasi sempre stati bruciati sulla graticola del Quirinale (l'eccezione è Saragat, la regola Fanfani, Andreotti, Forlani , Nenni ecc..).
Meglio i Gronchi, i Leone, i Pertini, i Cossiga, i Napolitano), proprio perché figure che non dividono. E Prodi, con la sua storia politica, sembrava fatto apposta per spaccare il mazzo, tant'è che per la prima volta c'è stata una votazione con una cospicua parte dei grandi elettori fuori dall'aula di Montecitorio (poveri padri costituenti, quante volte vi costringono a rivoltarvi nella tomba). Però questa dovrebbe essere la Seconda Repubblica, bellezza. Valeva la pena aver rottamato la Prima?
Oggi comunque è un altro giorno. Con l'ennesima strategia di Bersani fatta a brandelli (far eleggere Prodi alla quinta votazione), ora il Pd deve decidere se andare con il cappello in mano da Grillo (quello che raccoglie i frutti senza disturbarsi di scuotere l'albero) o da Berlusconi, per cui la bocciatura di Prodi è stata uno stock di bombole d'ossigeno. Può succedere di tutto. Purtroppo, anche questa volta, la situazione è terribilmente grave ma assolutamente non seria.
Francesco Angelini

Francesco Angelini

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