A Como cultura  a doppia velocità

A Como cultura

a doppia velocità

Prima notizia: la cultura fa salire il Prodotto interno lordo. Seconda notizia: perché l’incremento si realizzi non basta mettersi tutti insieme a declamare la Divina Commedia o il Passero solitario. Serve di più. Servono musei, percorsi culturali, promozione. In altre parole, intelligenza commerciale e intellettuale in singolare fusione.

La seconda notizia è che anche a Como la cultura fa salire il Pil. Allo stato, rappresenta circa il 7 per cento della ricchezza prodotta ogni anno in provincia. Solo uno sprovveduto può stupirsene: Lario e dintorni custodiscono la loro fetta di bellezza italica e non una fetta dietetica, vale a dire poco generosa. La provincia di Como figura ai primi posti tra le località italiane che “producono” cultura e da essa incassano. Ci sarebbe di che andar fieri passeggiando, una di queste mattine, per il centro di Como, ammirandone ancora una volta le strade, le piazze e i monumenti: «Ma guarda queste vecchie pietre» ci verrebbe da mormorare, «chi l’avrebbe detto che sanno ancora lavorare per noi!»

Peccato non sia vero, o almeno non del tutto. Se la provincia infatti genera ricchezza culturale, per così dire, la città arranca e non regge il passo. È il lago, con le sue bellezze ormai glamour più ancora che celebri, a fare incassi. È Villa Carlotta con le sue azalee e i capolavori di Canova a far da locomotiva turistico-culturale. I musei e la pinacoteca del capoluogo, pur rispettabilissimi nella dotazione e curati negli allestimenti, non ottengono altrettanto successo.

I motivi di questa “doppia velocità” culturale della provincia e del capoluogo possono essere tanti. Il primo è che Como, nel mondo, è ancora sinonimo di lago più che di città. Como, e nessuno se ne abbia a male, è spesso considerata l’anticamera di una visita sul Lario e nelle anticamere, si sa, non ci si ferma mai a lungo: il tempo di appendere il cappotto e di consegnare i fiori alla padrona di casa; poi, tutti in salotto o in sala da pranzo.

Il guaio è che è difficile – se non impossibile – immaginare una completa offerta culturale di Como, intesa come provincia nella sua totalità, senza un contributo trascinante del capoluogo. La disponibilità alberghiera, la possibilità di organizzare e promuovere eventi di livello internazionale, la valorizzazione di quelle che oggi vengono definite “eccellenze”: tutto questo non può che spettare, per diritto ma anche per logica contingente, al principale centro della zona.

Ancora una volta le classifiche, nel loro imperturbabile candore, ci rimandano un segnale di sveglia. Se l’invidiabile patrimonio che ci deriva dalla fama del lago nel mondo non può neanche per essere per un momento sottovalutato o dimenticato, bisogna anche pensare a quanto tale patrimonio potrebbe diventare più ricco ed esponenzialmente redditizio se, nella corona culturale comasca, anche la gemma del capoluogo venisse finalmente collocata al posto che merita.

Forse all’estero amano pensare a questo angolo del pianeta nei termini di un romantico esilio dallo stress e non a una città con il suo traffico, gli ingorghi, il gomito a gomito e la caccia al parcheggio. A noi il compito di dimostrare che anche il capoluogo, specie se così ben dotato di fascino e cultura, può offrire stimoli intelligenti e occasioni di vivacità che non necessariamente entrano in conflitto con i sogni di bellezza e quiete idilliaca che Como evoca nel mondo.


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