A scuola in cattedra  salga il merito

A scuola in cattedra

salga il merito

Proprio in questi giorni, si discute in Svizzera della proposta di estrarre a sorte i membri del Consiglio nazionale. Meglio il sorteggio – è il senso di questa iniziativa – che la scelta popolare attraverso il voto.

Nell’attuale sistema politico svizzero gli elettori – sostengono i fautori – non sono messi nella condizione di scegliere. I candidati si trovano su una lista già predisposta e allestita dai partiti (una circostanza comune agli italiani). E alla fine i rappresentanti, la cosiddetta classe politica, sono tutti uguali: stesso ceto sociale, stessa esperienza professionale, stessa visione del mondo a prescindere dal partito. Ma è il caso la soluzione migliore per curare i mali della politica? Probabilmente no. Ugualmente radicale, ma in senso opposto, l’idea di scegliere le persone a cui affidare il governo esclusivamente attraverso il merito. Il sistema è perfetto solo in teoria, il primo problema è il merito. Quali parametri prendere in considerazione? Come scegliere i super meritevoli chiamati a scegliere la cerchia degli eletti?

Le stesse questioni si traducono dalla politica alla scuola. In linea di principio non c’è mai una sola mano alzata a contestare il principio, poi nel concreto sappiamo - è storia degli ultimi governi compreso quello attuale – è tutto un distinguo, un prendere le distanze, uno scendere in piazza (dei docenti) di fronte al ministro di turno che ha provato a introdurre il fattore merito nel nostro malandato sistema scolastico. Su questo tema, diciamocelo, si fa molta retorica. Sbaglia chi resiste a prescindere a ogni riforma e sbaglia all’opposto chi idealizza altri modelli scolastici, quelli dei Paesi anglosassoni per esempio. Ciò detto il merito resta l’unico strumento per dare a tutti l’opportunità di emergere di eccellere nello studio, di far progredire il nostro Paese con la ricerca e di impedire la fuga di cervelli all’estero.

La stagione del sei politico è finita, per fortuna. Ma qualche residuo di quella impostazione culturale rimane. Cosa dire ad esempio del concetto di “diritto al successo formativo”? In virtù del principio che ogni bocciatura è una sconfitta per il sistema, viene premiata la generale tendenza a promuovere, anche con uno spintone all’ultimo momento e nonostante magari una serie di debiti formativi irrecuperabili. Lo Stato ha l’obbligo di garantire pari condizioni generali, ma non l’obbligo di regalare i voti. Lo stesso vale nel caso dei docenti. La figura del preside manager fa ridere così come è stata presentata. Ma come si può contestare l’idea di premiare gli insegnanti migliori? Certo, c’è il rischio di un’eccessiva discrezionalità nello stabilire promossi e bocciati. E allo stesso tempo non è campata in aria la possibilità che in un sistema del genere paghi il prof bravo ma poco incline ad adulare i vertici. Si tratta di eventualità concrete che, del resto, si verificano anche nell’attuale sistema sovietico. In ogni caso è certo che la garanzia per evitare queste storture non sta nel non far nulla e nel continue rare a tollerare una situazione in cui gli insegnanti meritevoli hanno lo stesso trattamento degli insegnanti assenteisti e fannulloni. Gli strumenti per distinguere gli uni dagli altri, possono esserci a scuola come già esistono nel privato. E giusta è la scelta di premiare i meritevoli con un bonus che sarà distribuiti dalle singole scuole. I prof vanno motivati e incentivati a fare sempre di più, pagandoli meglio (perlomeno quanto i colleghi europei) ma anche pretendendo di più in termini di aggiornamento e ore di lavoro.


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