Anche a Como il gioco  di squadra funziona

Anche a Como il gioco

di squadra funziona

Ancora è presto per cantare vittoria. L’esito, parziale, della vicenda relativa alla riforma delle Province ieri ha segnato però un punto oggettivamente a favore di Como. Sì di Como, del territorio nel suo insieme perché è stata davvero trasversale la mobilitazione che si è realizzata nelle ultime settimane. I partiti, le forze sociali, la cultura: un coro di voci contro lo smembramento della nostra provincia e la paradossale divisione del lago in tre ambiti amministrativi diversi e a favore di ciò che pare l’opzione più ragionevole e naturale, ovvero la riunificazione con Lecco ora allargata a Varese.

Il gioco di squadra, per una volta, è riuscito e l’azione di lobbying territoriale ha fatto la sua parte nel persuadere il presidente Maroni che è opportuno evitare forzature in una partita che Como e i comaschi sentono come decisiva. Non era scontato incontrare la disponibilità della Regione ad ascoltare il territorio ma non lo era nemmeno, per quel che riguarda noi, metterci d’accordo e dare seguito a un fronte compatto proprio qui dove, nel passato, la regola è stata quasi sempre quella di andare in ordine sparso, magari facendosi le scarpe gli uni con gli altri. Probabilmente ha ragione il professor Angelo Palma che, in un’intervista sul giornale di domenica, sottolineava quanto Como abbia perduto, negli ultimi anni, in termini di peso politico, di rappresentanza nelle stanze del potere. E se è vero che Varese ci umilia perché è stata la culla di un movimento politico di rilievo nazionale qual è la Lega, noi non abbiamo perso occasione per farci del male.

Un tempo avevamo dei top player come Mario Martinelli, oggi in campo ci sono mediani, forse di belle speranze. Ma se è così è pur vero che ora i comaschi hanno imparato a dialogare e anche a farsi sentire. Si tratta di un passo avanti a considerare quanto nel passato, l’assenza del gioco di squadra, ci abbia penalizzato in partite decisive. Pensiamo alle grandi opere infrastrutturali (la tangenziale è stata fatta sì ma a metà ed è sempre semi deserta; la metro tramvia; i tunnel per alleviare la pressione del traffico sul centro) ma anche allo sviluppo della cultura e dell’università (più coesione territoriale, a suo tempo, ci avrebbe forse permesso di portare qui il centro Euratom che poi ha trovato casa a Ispra, sul Lago Maggiore). Per non parlare del turismo che sta sbocciando oggi quando poteva, già diversi anni fa, diventare un motore di reale crescita economica. Insomma di treni perduti, nel passato, ce ne sono stati parecchi. E se qualcosa di nuovo, su questa vicenda delle nuove Province, si è verificato forse lo è anche in virtù di un sottile cambiamento anche di tipo culturale perché una caratteristica tipica dei comaschi, che in tanti situazioni si è rivelata un limite, è stata una certa tendenza a ritirarsi nel privato, una propensione a chiudersi nel proprio ambito famigliare o di interessi ristretti.

Il professor Guido Vestuti, qualche settimana fa, raccontava sempre su questo giornale un aneddoto tramandatogli dal padre, Cosimo, storico direttore dell’Unione industriali. Questi, prima di venire introdotto dall’avvocato Angelo Luzzani al Casino Sociale, fu avvisato “che quello era l’unico club al mondo dove tra i soci non ci si saluta”. Non era, allora, assenza di bon ton e forse qualcosa è cambiato anche da questo punto di vista.


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