Ca’ d’Industria, la legge
e uno slogan vuoto

Non è bella l’immagine complessiva della magistratura e della macchina della giustizia che esce dall’annoso, intricato e complesso caso della Ca’ d’Industria. L’ultimo capitolo di una vicenda giudiziaria che - per dirla con le parole messe nero su bianco in sentenza proprio da un giudice - ha visto protagonisti “taluni personaggi” più a loro agio nelle pagine dei Promessi Sposi che nel ruolo di rappresentanti di un palazzo di giustizia, suona come un’autentica beffa per chi ha riposto - e continuerà, comunque, a riporre - la propria fiducia nei confronti di giudici, pubblici ministeri e agenti di polizia giudiziaria. In sintesi - la cronaca più dettagliata la potete leggere a pagina 30 - la corte di Cassazione ha annullato la sentenza che aveva assolto un sottufficiale membro della polizia giudiziaria della Procura di Como dall’accusa di aver costruito prove false nei confronti del più classico degli indifesi: un operatore sanitario in servizio nella Ca’ d’Industria. Significa che i giudici della Suprema Corte non hanno condiviso (in tutto o in parte non è dato saperlo, bisognerà attendere le motivazioni) la sentenza che, quindi, dev’essere riscritta con un nuovo processo. Peccato che, in questo caso, dal punto di vista penale non vi sarà nessun nuovo atto. Perché il caso è chiuso. Lo ha deciso unilateralmente la Procura Generale, ovvero chi veste i panni dell’accusa nel secondo grado di giudizio, che non ha presentato alcun ricorso contro l’assoluzione dell’imputato pur avendone chiesto la condanna nel corso dell’udienza. Così facendo i magistrati hanno impedito di conoscere la verità su un caso che - per dirla sempre con il giudice di cui sopra - «ha portato alla luce un esercizio della giurisdizione e dell’azione penale da parte della Procura che ha gravemente nociuto al prestigio dell’autorità giudiziaria comasca».

Ma c’è un motivo di rammarico in più, in questa storia e nel mancato ricorso (che, si badi bene, non va letto come un accanimento nei confronti dell’allora imputato bensì come la richiesta di una decisione definitiva scevra da dubbi e contestazioni): era l’occasione migliore per spazzare il campo da voci maliziose e retropensieri.

Nelle competizioni internazionali gli arbitri designati hanno sempre nazionalità differenti rispetto a quelle delle squadre in campo. Il motivo è elementare e non riguarda tanto la volontà di evitare giudizi di parte nel corso della competizione, quanto piuttosto sollevare gli arbitri stessi dal sospetto di parzialità.

Bene, nel caso di specie a prendere la decisione di non far ricorso in Cassazione (nonostante l’auspicio, in tal senso, della Procura di Como e una richiesta formale dell’avvocato di parte civile) è stato un ufficio - quello della Procura Generale di Milano - dove presta servizio il magistrato che non solo ha lavorato per anni (anche occupandosi del caso Ca’ d’Industria) con il sottufficiale della polizia giudiziaria finito sotto accusa e poi assolto, ma che con questi era sposata. Ecco, proprio per togliere il magistrato di cui sopra dall’imbarazzo di essere ingiustamente additata di aver avuto un occhio di riguardo, ma anche per sgomberare il campo da dubbi e da polemiche (soprattutto alla luce della decisione della Cassazione) sarebbe stato giusto arrivare fino in fondo, fino a quel terzo grado di giudizio che avrebbe messo per sempre la parola fine a un capitolo amaro della vita politica, pubblica e anche giudiziaria di questa città.

Quell’ultimo atto la magistratura non lo doveva solo all’uomo che aveva accusato ingiustamente e neppure a un’intera comunità che meritava di sapere: lo doveva, soprattutto, a se stessa. E a quel motto che non merita di essere considerato uno slogan vuoto: «La giustizia è uguale per tutti».

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