Chi lavora non ha tempo
da perdere in lamentele

La cosa stupefacente dei luoghi comuni è che forse sono veri. È una dura vita.

Uno passa i giorni e i mesi e gli anni a convincersi ed educarsi e psicanalizzarsi perché è falso che è tutto un magna magna, che i dipendenti pubblici sono dei fanfaroni lavativi rubastipendio, che il più pulito c’ha la rogna perché, insomma, anche negli enti locali ci sono fior di professionalità sottopagate che tirano avanti per mero spirito di servizio e sono capaci di buttare sempre il cuore oltre l’ostacolo al servizio di ogni cittadino, che per loro è uguale a tutti gli altri, e poi invece, così, all’improvviso, ti si squaderna sotto gli occhi uno di quegli indescrivibili scioperi degli impiegati comunali che sembrano dei fuorionda di un film di Fellini, o forse più propriamente dei Vanzina - che sul luogo comune appiccicato all’italiota mediobasso hanno costruito le loro immeritatissime fortune – e tutti i tuoi castelli in aria perbenino e politicamente corretti se ne vanno in frantumi.

Erano in diecimila, giovani e forti, a stringere d’assedio venerdì mattina il Campidoglio di Roma per difendere il cosiddetto “salario accessorio”, quei 250 euro ormai da anni diventati parte integrante delle buste paga dei 26mila dipendenti – sì, avete letto bene, 26mila - e che invece il malcapitato sindaco Ignazio Marino, non per niente soprannominato “il marziano”, vorrebbe concedere, dopo che il ministero dell’Economia li ha dichiarati illegittimi, solo a chi realizza un progetto e raggiunge degli obiettivi di produttività. Beh, sai che notizia, direbbe un essere umano da tempo evolutosi dallo stato primordiale e privo quindi di branchie, coda e dita palmate: è ovvio che un bonus o un integrativo lo si debba incassare solo in caso di raggiungimento di standard di produzione concordati tra lavoratore e azienda. Invece qui, apriti cielo. E giù le mani dai nostri soldi e a casa abbiamo mogli e figli che piangono implorando “pane pane!” e qui si attacca la democrazia antimassonica, antiplutocratica e antifascista e che sfregio alla dignità del popolo lavoratore umiliato e offeso e che abuso di potere e siete peggio dei berluscones e guai a chi tocca la concertazione sindacale che fa garrire al vento le bandiere del riscatto e della libertà e via carducciando e dannunziando a più non posso... E certe facce, certi maglionazzi da reduci delle comuni sessantottarde in stile Garcia Marquez e film bulgari sottotitolati in croato e certi slang da Bombolo, Ninetto Davoli e Mario Brega, certe zaffate di abbacchio, certe cravatte – Dio, che cravatte… - certe pose e certe concioni da capitano di corvetta rimbambito in pensione, certe capigliature forforose come in quella scena indimenticabile della riunione massonica di “Un borghese piccolo piccolo”, insomma, un trionfo di luoghi comuni, appunto, di mostri pinnati e squamosi sgorganti dal sottobosco del pubblico impiego capitolino sindacalizzato e “de sinistra” da far pensare, con un qualche timore e pure un qualche tremore, che Lombroso sia stato per davvero l’unico genio prodotto dagli ultimi due secoli di storia patria.

Sugli organici cellulitici, deformi e dall’incalcolabile costo del lavoro – due miliardi e mezzo l’anno! - del Comune di Roma, metafora e monolito dell’ente pubblico pletorico, inamovibile, arrogante e totalmente autoreferenziale, e sulle loro malefatte ai danni dei poveri cittadini inermi, indifesi e mobbizzati dal più melmoso blob kafkiano prodotto dall’espandersi della pubblica amministrazione, si sono già esercitati cronisti di valore. È quindi inutile ripetere quante folli incongruenze e quale manifesto disprezzo nei confronti delle più elementari regole della competenza e della decenza alberghi in quei luoghi e anche come questa pianta organica senza senso si sia gonfiata amministrazione dopo amministrazione senza che nessuno manco provasse a tirare una linea. Un bel mistero, davvero, visto che negli ultimi anni sul Campidoglio si sono alternati statisti di valore europeo come Rutelli, Veltroni e Alemanno, che ancora oggi ci vengono invidiati anche dalle più avanzate e pulsanti democrazie dell’Africa sub sahariana…

Ma la cosa più devastante non è neppure questa, quanto quell’humus antropologico, quell’habitat culturale, quel richiamo della foresta che fa scattare subito tutti all’unisono a difesa dei propri privilegi anche quando sono palesemente illegali, perché l’unica parola d’ordine che conta è la seguente: certo, i sacrifici si facciano, ma li facciano gli altri e soprattutto ricordatevi che, alla fine della fiera, la colpa è sempre di qualcun altro. L’Italia. L’Italietta da quattro soldi. Il Belpaese pittoresco e levantino dove spunta sempre fuori un bravo ragazzo che tiene famiglia: come si fa a negargli un posto da vice responsabile del settore eventuali e varie?

E la cosa più spassosa in assoluto è che chi dovrebbe denunciare questa degenerazione morale e antropologica, controllando, indagando e infilzando ogni malefatta, ogni furbata, ogni cialtronata consociativa dei nostri amministratori in fatto di assunzioni clientelari, elargizione di denari pubblici a pioggia e difesa del posto di lavoro dei peggiori si muove invece su dinamiche del tutto identiche. Ci siamo forse dimenticati quali momenti di vivissimo buonumore, anzi, quali risate omeriche ci ha regalato nei giorni scorsi la minaccia di sciopero della Rai contro i 150 milioni di tagli minacciati da Renzi? Quando vedi papaveri e papere dei telegiornali e dei talk show più lottizzati e asserviti e cencellizzati del mondo alzare il ditino e fare la predica sul gravissimo vulnus ai danni della democrazia e della libera informazione e sul palese favore alle reti Mediaset (che hanno la metà dei dipendenti) ti viene voglia di cambiare mestiere. O, almeno, di non dimenticarti mai di diffidare dei tribuni della macchinetta del caffè e dei retori dell’insostenibilità degli insostenibili carichi di lavoro. Chi lavora per davvero non si lamenta mai. Non ne ha il tempo.

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