Clandestini, perché  diciamo no al   Cie    a Como

Clandestini, perché

diciamo no al Cie a Como

Ci sono argomenti per i quali sarebbe opportuno far precedere la scritta “maneggiare con cura” come sui prodotti infiammabili. Di questa avvertenza dovrebbero tenerne conto soprattutto i politici.

Uno di questi temi è quello dei migranti e in particolare degli immigrati clandestini. Ha aperto la confezione forse senza leggere con attenzione l’avviso sopraddetto l’assessore regionale alla Sicurezza Simona Bordonali che ieri ha chiesto al ministro degli Interni di aprire non uno ma più Cie (Centro identificazione espulsione) in Lombardia e uno addirittura nella nostra città. Non siamo d’accordo e diciamo no.

Non è un rifiuto pregiudiziale. E neppure ideologico. La motivazione si fonda sulla dimensione del fenomeno dell’immigrazione clandestina e soprattutto sulla natura di questi Cie. Se si osserva bene si vede chiaro che l’ultimo posto dove aprire un “Centro identificazione espulsione” è proprio Como.

Per fronteggiare la massa degli arrivi sono stati predisposti appunto i Cie, strutture di stampo militare, come caserme, chiuse e isolate dal contesto e, dunque, non collocate nei centri urbani.

Qui i clandestini venivano associati in regime di detenzione per un periodo massimo di novanta giorni. Sovraffollamento, condizioni disumane, situazioni intollerabili più volte denunciate hanno portato alla chiusura dei più grandi Cie e ne sono rimasti aperti tre in tutta Italia.

Ora il nuovo ministro dell’Interno propone più rimpatri e la riapertura dei Cie, uno per regione. L’assessore alla Sicurezza della Lombardia rilancia: non uno, ma più Cie e, testuali parole, «sull’ubicazione di questi centri siamo disposti a collaborare ma le città di Como, Milano, Brescia e Monza sono le realtà più problematiche». No, cara assessore. No.

Diciamo no al Cie perché Como ha dato una prova di grande umanità, responsabilità e serietà fronteggiando dalla scorsa estate un afflusso esagerato di immigrati in cerca del passaggio per la Svizzera. I cittadini, i volontari, le associazioni, la Caritas, la Croce rossa, le forze dell’ordine, le strutture dello Stato e del Comune si sono dimostrate capaci di risposte encomiabili.

Considerato il flusso continuo di migranti è stato realizzato in tempi record un centro di accoglienza per trecento persone. Istituire un Cie a Como significa aprire una struttura disumana in questa città che invece si è distinta per umanità.

«Non sono lo strumento per garantire maggiore sicurezza (i Cie). Si sono dimostrati strumenti inutili a contrastare l’illegalità, ma cosa più importante sono stati condannati per essere luoghi di sostanziale detenzione, dove alle persone ospiti non erano garantiti né i diritti né la dignità umane». È il commento di Don Colmegna, della Fondazione della Carità.

Diciamo un forte no a un “Centro identificazione espulsione” a Como anche per una ragione più semplice. Logistica. La nostra città ha un confine particolare: gli extracomunitari che stanno di là dalla frontiera sono svizzeri e a quanto pare non smaniano dalla voglia di rifugiarsi a Como.

Gli arrivi avvengono quasi tutti via mare con sbarchi nelle regioni del sud. I Cie servirebbero o per identificarli e, eventualmente, per espellerli. Dunque, i centri servono lì, dove i migranti arrivano e dove vanno identificati. Che senso ha lasciarli girare per l’Italia da clandestini? Vengano identificati dove sbarcano e poi, per chi ne ha diritto, si può pensare ai collocamenti nel resto del paese.

Avere a Como un centro del genere per accoglierli vorrebbe dire che i clandestini possono girovagare per il paese, percorrere 1500 chilometri indisturbati e una volta qui accettare di essere identificati ed eventualmente espulsi. C’è un errore di fondo. È bello evidente anche. Le società ferroviarie il controllo del biglietto lo fanno subito, appena partiti dalla stazione. Non dopo decine e decine di fermate e giusto quando il treno è ormai alla fine. Vero assessore Bordonali?

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