Como: la voglia  di fare festival

Como: la voglia

di fare festival

Fino al 1900 in Italia non esisteva neanche la parola, utilizzata invece in Inghilterra e Francia, quest’anno invece solo tra Como e la sua provincia se ne tengono almeno quindici.

Parliamo dei festival, di cui proprio in riva al nostro lago si sta assistendo a una straordinaria moltiplicazione. Ieri si è inaugurata la sedicesima edizione di ParoLario, il giorno prima l’Ansa ha annunciato (e il 21 si terrà la presentazione al Sociale) il trasferimento dello storico “Noir in festival” dalle nevi di Courmayeur alle acque, non meno misteriose ed evocative, del “laagh de Comm”, giovedì prossimo cominceranno in contemporanea Lake Como Film Festival e Wow Music Festival, prima della fine del mese (il 29) farà in tempo a decollare anche il festival Como Città della Musica. Tutto questo non può che essere motivo di grande gioia, per definizione. Anzi, per etimologia: dal latino “festivus”, ovvero “allegro”. Ma sarà una felicità passeggera o lascerà qualcosa di significativo al territorio in termini di crescita culturale e anche economica?

Mai come oggi appare chiaro che, affinché questa fase di grande fermento diventi una base solida su cui costruire il futuro della nostra città, sia necessario fare sistema. E non soltanto tra operatori culturali, ma anche con le amministrazioni e le categorie economiche. Ben consci, però, che nemmeno l’imprenditore più filantropo e illuminato avrà ancora qualcosa in cassa da elargire al 15° promoter che busserà alla sua porta... E allora bisogna puntare innanzi tutto sul pubblico. Accoglierlo, coccolarlo, permettergli di tornare a casa. Non sono dettagli scontati, a Como.

Una prima buona regola è quella di evitare sovrapposizioni tra i diversi festival, ben sapendo però che i grandi personaggi nazionali e internazionali non è che siano sempre disponibili e, a volte, la data la scelgono loro, se li vuoi avere. Qualche apprezzabile sforzo i promotori l’hanno fatto rispetto all’anno scorso: ne è un esempio il dialogo produttivo tra Festival della luce ed Europa in versi che nel 2015 si erano sovrapposti a pochi metri di distanza (Villa Olmo e il Grumello), mentre nel 2016 hanno costruito programmi armonici. Subito, però, è arrivato un nuovo festival, il primo del Triangolo lariano, che si è svolto a Canzo, a coincidere con quello della Casa della poesia di Como, peraltro con più di una analogia. In ogni caso, non siamo più nel 1932, quando il Partito nazionale fascista fece sospendere per un anno (che divenne poi eterno) il festival del cinema allora nato da poco sul Lario, per non sovrapporsi con quello di Venezia, che vedeva in quel momento la luce. Però per vincere la sfida di riempire la stessa sera due o tre platee vaste nel raggio di meno di un chilometro (accadrà, per esempio, giovedì prossimo con il Lake Como Film Festival al Novocomum, ParoLario a Villa Olmo e Wow al Tempio Voltiano), bisogna seguire l’esempio di città come Mantova, Pordenone, Torino, Spoleto dove eventi contemporanei, ben coordinati e pensati, contribuiscono a trasformare il territorio in un magma di idee e intrattenimenti fortemente attrattivo, perché si è capaci di spostare masse di appassionati da altre aree del Paese.

La voglia di fare in modo che questo accada anche a Como sta finalmente prevalendo sugli interessi particolari che in passato hanno ostacolato altri possibili “futuri” (come il campus e la città universitaria). Le parole con cui dal palco del Sociale il direttore del Lake Como Film Festival, Alberto Cano, ha accolto nei giorni scorsi l’approdo sulle stesse rive di quello del noir ne sono un esempio: ha sottolineato, infatti, che il raddoppio è una prova di quanto sia giusta la visione di Como quale luogo ideale per il grande cinema. E, potremmo aggiungere, per la cultura di ogni sorta che voglia aprirsi al mondo in un “teatro naturale” d’eccezionale bellezza.

Anche le decine di comaschi che hanno spalancato le proprie case ai turisti attraverso i siti di hosting segnano un cambiamento notevole: si tratta di accoglienza a cifre sostenibili anche per clienti diversi da quelli degli alberghi di lusso che hanno fatto (e continueranno a fare) la storia del turismo lariano. Il fatto, poi, che la Regione Lombardia stia normando questa forma di ospitalità, assoggettandola alla tassa di soggiorno, produrrà altre risorse economiche che, quest’anno, il Comune di Como ha in parte reinvestito proprio nei festival, come è stato sottolineato alle presentazioni degli ultimi giorni. Un circolo virtuoso, che però non è ancora esente da rischi di incepparsi: su dettagli macroscopici, come la stazione San Giovanni sempre più declassata che significa l’impossibilità di raggiungere facilmente Como, ad altri solo apparentemente pittoreschi, come la quasi totale assenza di servizi pubblici, che, sottolineavano due studentesse di Scienze del turismo in una recente ricerca «è la prova che Como sia pensata per chi ci vive». Anche su questi aspetti occorre “fare sistema” rafforzando le sinergie tra operatori culturali, economici e istituzioni avviate per la candidatura a capitale della cultura e già un po’ allentate. Non ce ne vogliano filosofi, scrittori e registi in arrivo dalle nostre parti, ma l’ultima citazione è per Michael Jordan: «Con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra e l’intelligenza che si vincono i campionati».

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