Como va alzato
il livello del dibattito

Agli occhi dei comaschi la città appare quella di sempre. E in effetti è una percezione che ha un suo perché se da tanti anni siamo alle prese con gli stessi problemi. La Ticosa ce la tiriamo dietro da quasi quarant’anni. Stesso discorso, anche se si tratta di questioni relativamente più recenti, per l’area del San Martino, l’ex Sant’Anna, l’ex scalo merci, le grandi aree liberate dagli insediamenti industriali a Camerlata e Ponte Chiasso. Nulla sembra cambiare e invece tutto cambia perché la trasformazione di queste parti di Como – stiamo parlando di circa 300mila metri quadrati, pari a 42 campi da calcio – può essere una storica occasione se c’è un’idea di fondo di ciò che serve allo sviluppo della città e ai bisogni dei suoi abitanti oppure una sciagura se si lascerà che, in assenza della politica, il mercato decida da sé in virtù degli interessi, peraltro legittimi, dei singoli proprietari e investitori. Anche se il tema, a prima vista, rischia di affascinare solo gli addetti ai lavori, il dibattito in consiglio comunale sulla variante al Pgt, iniziato in questi giorni, ha direttamente a che fare con il presente e il futuro di tutti noi. Ed è un peccato che non sia seguito e partecipato, innanzi tutto dagli eletti, con lo stesso pathos con cui, solo qualche settimane fa, è stato ad esempio esaminato il piano di razionalizzazione delle mense scolastiche comunali.

Como ha un gran bisogno di alzare il livello del dibattito perché sì, certo, è necessario occuparsi dei posti auto di via Rubini ma lo è di più dibattere di ciò che vogliamo diventare e di conseguenza di come intendiamo trasformare alcune delle aree urbane lasciate libere da funzioni che si sono trasferite o non esistono più. Qualche anno fa, al centro del dibattito, c’era ad esempio il tema dell’università, considerato fattore chiave per lo sviluppo di Como. A lungo ci si è confrontati su quale modello seguire per una realtà quale la nostra. Il campus? L’ateneo diffuso in tutto la convalle? Un dibattito rimasto in sospeso, ci ha pensato l’università, con gli anni trascorsi, a determinare il proprio futuro. Ora si fa un gran parlare di turismo ma se davvero in questo campo ci sono grandi potenzialità da coltivare, servono nuove infrastrutture così come probabilmente bisogna uscire dalla convinzione che basterà (speriamo più prima che poi) dare una sistemata al lungolago.

Il progetto di Villa Olmo è affascinante, ambizioso, ma Como è pronta ad affrontare una sfida del genere? E ancora c’è il tema della cultura: il progetto di Como capitale se non è stato un capriccio (e non lo era) ma ha raccolto e tradotto in una sfida delle espressioni già presenti nella società locale, sarà destinato a finire come una bella idea caduta nel vuoto o diventerà il primo passo di una via per definire il nostro futuro? E poi c’è il tema della casa. Como nell’ultima fase della sua storia ha perduto via via residenti: soprattutto i giovani, di fronte a prezzi di mercato inaccessibili, sono stati costretti ad andare ad abitare nei Comuni della cosiddetta cintura urbana. In un contesto del genere merita grande attenzione la scelta, contenuta nella variante, di incentivare l’housing sociale, uno strumento nuovo per rendere il mercato della casa accessibile a quella fetta molto ampia di persone che non possono permettersi i prezzi del centro di Como ma non possono nemmeno rientrare nelle fasce che hanno diritto alla casa pubblica.

C’è un grande bisogno di politica, nel migliore significato dell’espressione, e c’è grande necessità che su questi temi il dibattito non si limiti alla dialettica maggioranza/opposizione propria del consiglio comunale.

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