Fare il sindaco
è un lavoro usurante

Una volta era la solitudine dell’ala destra, poi dei numeri primi. Adesso è quella dei primi cittadini di destra, centro e sinistra. L’outing via social network di Claudio Bizzozero, sindaco di Cantù, che ha esternato la sua necessità di staccare per ricaricare le batterie di un fisico che non lo segue più è tipica di un personaggio che, nel bene come nel male, non si è mai risparmiato. Ma è anche emblematica di una funzione, quella dell’istituzione elettiva più vicina ai cittadini e forse anche per questo sottoposta alle maggiori pressioni, per cui occorre davvero un fisico bestiale, per dirla con Luca Carboni.

Lo stress di Bizzozero, infatti, è comune agli altri colleghi dei più svariati schieramenti. Da Mario Lucini, titolare del municipio di Como a Marcella Tili, che cinge la fascia tricolore a Erba, all’olgiatese Maria Rita Livio, al marianese Claudio Marchisio, al sindaco deputato di Tremezzina, Mauro Guerra e così via per tutti gli altri tenutari dei comuni della provincia di Como.

Verrebbe davvero da chiedersi chi glielo ha fatto fare di candidarsi. Perché quella della cittadino numero uno è diventata una missione infernale, un lavoro usurante, in cui sei lasciato solo nella trincea. Almeno per chi si picca di volerlo svolgere sul serio, è questo e il caso di tutti i personaggi citati a partire da Bizzozero che ha fatto pure degli errori ma sul cui impegno non può eccepire neppure il suo più acerrimo detrattore. Alla fine, però, si è ridotto così. Primo di energie e costretto a staccare per un po’ la spina (e per lui non sarà facile).

Un tempo, riconosciamolo era più agevole stare seduti sulla poltrona del sindaco. C’erano meno competenze e maggiori risorse. Poi sono subentrati due fattori. Il primo, in apparenza, e non solo positivo, è stata l’introduzione dell’elezione diretta di una figura che prima era scelta dai partiti. Il che ha portato maggiori responsabilità. Il secondo è stato la crisi finanziaria che si è abbattuta sulle casse pubbliche e ha determinato un progressivo e scandaloso prelievo crescente delle finanze dei municipi per puntellare le spese e gli sprechi del governo centrale.

Ai primi cittadini perciò tocca celebrare le nozze (anche in senso figurato) con i fichi secchi. Poi il rapporto diretto con i cittadini determinato proprio dall’elezione diretta, unita alla crescente sfiducia generalizzata nei confronti del ceto politico, ha messo il sindaco in condizioni, proprio per la sua vicinanza all’elettore, di essere individuato, ingiustamente, come il simbolo di questa politica marcia e corrotta.

Poiché lo sport di fare tutte le erbe un fascio è molto diffuso, ci sono finiti tutti in questo calderone anche gli onesti, i volonterosi e i capaci che, va detto e lo dicono anche le inchieste della magistratura, sono in grandissima maggioranza fra i primi cittadini. Fare il sindaco, anche di un piccolo comune (l’impegno cresce con le dimensioni dei centri da amministrare) è diventato un’occupazione a tempo pieno che porta gli amministratori a trascurare anche l’ attività lavorativa precedente l’elezione, e magari a vedersi ridotto il reddito. Perché la paga dei primi cittadini dei comuni di piccola e media grandezza è davvero inadeguata all’impegno e alle responsabilità anche penali che la funzione comporta. Se si pensa che un consigliere regionale porta a casa un compenso da nababbo anche solo per schiacciare un pulsante ogni tanto, c’è da gridare allo scandalo.

Insomma il caso Bizzozero è la spia di una situazione di disagio su cui non sarebbe male avviare qualche riflessione. A tutti i livelli.

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