Ferragosto e il viaggio
di chi resta a casa

Invitare chi in questi giorni non può andare in vacanza, a riscoprire la bellezza che abbiamo intorno, a qualcuno potrebbe sembrare una presa in giro. Non perché sarebbe meglio essere alle Maldive o in qualche altra meta esotica, ma semmai per la ragione, non banale, che a volte la bellezza che ha portato qui grandi personaggi di tutto il mondo, non c’è (quasi) più. Pensate a quello che scriveva Gustave Flaubert nel 1845 giungendo in riva al Lario: «Nel porto di Como [...] piccole barche coi loro archi di legno per sostenere la tenda, ecco una cosa veramente italiana, di colore locale; non so se le gondole di Venezia siano più belle. [...] L’insieme del lago è dolce, amoroso».Ma se quel porto è stato interrato, e oggi è una piazza (Cavour) senza identità, e se il lago a malapena si vede tra le staccionate del cantiere delle paratie, forse è proprio perché per troppo tempo ci siamo assuefatti alla bellezza che ci circondava. Peggio, disinteressati.

Lo dice bene Alain de Botton, filosofo e scrittore che de “L’arte di viaggiare” ha fatto una priorità della propria vita, nonché un bestseller mondiale, su “L’Ordine” in edicola domani con “La Provincia”: ci siamo seduti su un “pregiudizio”. Quello secondo cui «a casa supponiamo di aver ormai scoperto tutto ciò che c’è da sapere di interessante sul nostro quartiere, semplicemente perché ci abbiamo vissuto per tanto tempo». Eppure ci sono stranieri che da tutto il mondo vengono qui. Magari meno grandi viaggiatori e intellettuali rispetto ai tempi dell’autore di “Madame Bovary”, ma Como e il suo lago stanno recuperando una credibilità internazionale. E allora proprio questi giorni di Ferragosto potranno essere, per chi resta a casa, l’occasione per ripartire dal proprio quartiere, dal proprio lago, dai propri monti, per lanciarsi in una bella avventura di scoperta di ciò che ci sta attorno e di noi stessi. Meditando sul fatto che, se lungo il percorso si incapperà in qualche bruttura , che sia il cantiere sul lungolago, piuttosto che boschi pieni di alberi caduti, e a volte di discariche a cielo aperto, non è sempre colpa di qualcun altro. Tanta responsabilità ce l’ha il pregiudizio citato da de Botton, alla base di quel disinteresse per i luoghi in cui abitiamo, che ha dominato larga parte della società per decenni, coincisi con il periodo del boom economico in cui il must era lavorare a testa bassa e poi andare in vacanza il più lontano possibile.

Due pagine dell’inserto domenicale de “La Provincia”, tutto sul tema del viaggio, saranno dedicate proprio ai grandi che hanno scelto come mete il Lario e le nostre valli. Un utile vademecum, non meno degli articoli su mete lontane (da Capo Verde ai set di film girati tra la Nuova Zelanda e Bali). L’insegnamento che si tra è lo stesso: il vero viaggio è quello che ci fa crescere e scoprire qualcosa di noi e del mondo che al ritorno non vediamo l’ora di raccontare. Un viaggio iniziatico come quello del monaco San Brandano, ricordato da Massimo Bubola, che nel 6° secolo arrivò fino al Paradiso terrestre e ispirò Dante. Che sia reale o immaginario, poco importa, l’importante è che ci porti a delle conquiste. Se no, come dice Marco Goldin, massimo esperto di Impressionisti e post, si può andare sempre più lontano, come fece Gauguin, per finire come Peter Pan. A cercare l’isola che non c’è.


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