I Comuni e le feste  ossessione o bisogno?

I Comuni e le feste

ossessione o bisogno?

Da qualche tempo in qua la gente sembra aver sempre più bisogno di feste e di divertimento: un’ossessione, una sete di avvenimenti ricreativi facili da godere, apposta confezionati, “belli e impacchettati” e all’istante consumati senza doversi impegnare troppo: secondo la regola del “tutto è buono, basta uscire un po’ dalla noia”. E così i comuni, mi pare facciano a gara ad assecondare, in molti casi proporre, impegnandosi molto, un gran numero di avvenimenti festosi di tutti i tipi: più gente arriva, più il successo e quindi consenso, politicamente parlando, dovrebbe essere assicurato.

Nel “governo” del mio paese (amo chiamare Erba ancora così) opera alacremente addirittura un assessore “alle feste”, il quale si sta, da qualche anno, impegnando allo stremo e con risultati soddisfacenti, a far divertire non solo i suoi compaesani ma anche la gente dei paesi vicini: serate di spettacoli per strada, movide, concerti, danze, sfilate di bancarelle gastronomiche, pietanze etniche acrobati, sfilate di moda, frastornanti concerti rock , “notti sotto le stelle”.

Penso proprio che questo simpatico amministratore pubblico con una così vigorosa “delega ludica”, otterrà certamente un premio importante se alla prossime elezioni comunali chiederà alla gente di essere ricompensato con i voti.

Questa però non è solo una storia del mio paese. Si osserva infatti che le feste in piazza, o altre manifestazioni del genere, siano ormai il “cavallo di battaglia” di molti sindaci, di tante giunte: il consenso della gente non viene da quanto le amministrazioni riescono a combinare in quel che una volta si chiamava la “cosa pubblica” (scuole, strade, sicurezza, urbanistica, viabilità sanità, economia locale), ma dal divertimento che riescono a proporre. E’ dunque amaro osservare che per aver consensi sindaci e giunte debbano aggrapparsi alle salamelle.

Perché la gente ha così tanto bisogno di svago, di godersela un po’ senza pensarci su troppo, senza infilarsi nell’impegno della cultura, come forse sarebbe meglio avvenisse? Penso così al poeta satirico Giovenale e al suo “panem et circensis”, del tempo in cui il popolo romano era tenuto buono, calmo e allegro con la distribuzione di grano e con gli spettacoli nel Colosseo e nel Circo Massimo: lotte dei gladiatori, i crudeli combattimenti con gli animali, le corse dei carri e i poveri cristiani dati in pasto alle belve. Adesso non ci sono, fortunatamente più, questi tremendi orrori, ma è sempre lo spettacolo, o il gioco che sia, che è dato “in pasto” alla gente. Forse non è del tutto azzardato ritornare tanto indietro nel tempo e fare un parallelo tra quel bisogno di divertimento della plebe (ma anche della borghesia) romana e il gran fenomeno ricreativo dei nostri giorni. E’ evidente che alla base di questa grande sete di divertimento e di risollevare lo spirito, di “non pensare troppo”, sta la nostra esistenza piena di disagi, paure, rivendicazioni e pure rabbia che noi adesso non siamo più attrezzati per combattere, o solo arginare. Ben diversa è, infatti, la grande voglia di divertimento di questi nostri difficili e complicati giorni, da quella incontenibile inondazione di svago, quasi di assoluta trasgressione, che visse la società, in particolare noi giovani che, eravamo appena usciti dagli orrori e dalle privazioni della guerra. Quella forse era solo una gran voglia di vivere e di recuperare quella felicità che la guerra aveva tolto.

Mi pare quindi che il nostro era solo un bisogno di svago, di divertimento, questa dei nostri giorni mi sembra una drammatica ossessione.


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