Lunedì 24 Febbraio 2014

I nostri soldi

e questo sistema

Qualche giorno fa il vicepresidente della commissione Ue Antonio Tajani, uno che a Bruxelles si occupa di politica industriale, ha annunciato che nei confronti del nostro Paese è stata ufficialmente aperta una procedura di infrazione per il mancato rispetto della direttiva che impone allo Stato e ai suoi enti locali di pagare i debiti entro 30 giorni, con l’eccezione di quelli contratti nel settore della sanità (che possono essere saldati entro sessanta).

L’annuncio trascina il governo Renzi in un’autentica impresa - una delle tante che gli si prospettano -, per la quale servirebbe Houdini: riuscire a dimostrare che le violazioni contestate da Bruxelles non si sono mai verificate. Il che, ovviamente, non è possibile.

Nel 2013 i tempi medi di pagamento della pubblica amministrazione si sono attestati attorno ai sei, sette mesi, posteggiando l’Italia in coda alla speciale classifica che raccoglie i peggiori pagatori del mondo. Facciamo davvero pietà: c’è gente che aspetta soldi da anni, e gente che ha smesso da anni di aspettarli; soltanto nel settore delle costruzioni, se sono reali i dati dell’Ance - e non c’è motivo per cui non dovrebbero esserlo - lo Stato ha debiti per 11 miliardi di euro, e se ne frega se poi, senza soldi, tante piccole e medie imprese in credito finiscano per chiudere, per fallire, e se altrettanti giudici che rigorosamente e correttamente applicano la legge, condannino e sanzionino, dimenticando che in realtà, a pagare, dovrebbe essere il loro datore di lavoro.

In giro per l’Europa, intanto, capitano cose dell’altro mondo. Per esempio: allo scopo di risollevare il Paese dagli effetti della crisi economica, in Inghilterra, l’anno scorso, è stato approvato un provvedimento che riduce da trenta (che evidentemente erano troppi) a otto i giorni il limite temporale entro il quale il settore pubblico deve saldare le sue fatture. Otto giorni. In Europa è un piccolo record, ma basterebbero già i risultati della Francia, dove, comunque, non pagare entro trenta giorni significa sborsare penali salatissime. Il tutto mentre in Italia si tenta da una parte di convincere i contribuenti che pagare le tasse è cosa buona e giusta, e dall’altra si fa il possibile perché nessuno lo faccia. A Como, per esempio, è capitato che un imprenditore colmo di ottime intenzioni e gran senso civico abbia erroneamente versato 10mila euro che non doveva versare e che non rivedrà per un pezzo.

Gli hanno spiegato che almeno due anni dovrà attenderli perché il ministero è in ritardo con l’assegnazione dei fondi destinati a questo genere di necessità, ed è una spiegazione stupida, anche se non è mai colpa di nessuno (del resto chi è lo Stato? Renzi? Berlusconi? Napolitano? L’esattore che compila le nostre cartelle di riscossione?). Ma è anche una di quelle spiegazioni che stimolano rabbia e ovvietà: a nessuno di noi è consentito di dilazionare un debito con il ministero, e meno che mai di dilazionarlo di due, tre anni, magari chiosando con qualche bel “chissà, vedremo, ripassi”. E allora?

E allora qualche volta viene da domandarsi se non sia il caso di restituire pan per focaccia, e di azzardare l’orrido pensiero che, mesi or sono, attrasse sull’eterno Berlusconi gli strali di mezzo Paese. La domanda è: questo sistema, questi apparati, questi esattori li meritano i nostri soldi? La risposta mettetecela voi.

Stefano Ferrari

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