Venerdì 15 Agosto 2014

I problemi tedeschi

sono anche nostri

Vietato compiacersi del fatto che anche in Germania il prodotto abbia registrato il segno meno nel trimestre aprile-giugno.

Al massimo, visto che oggi è Ferragosto, possiamo alzare un po’ il sopracciglio per la crescita zero della Francia. Perché quest’ultima ha anche l’arroganza di far sapere che dovremo tutti (Ue per prima) inchinarci allo sforamento del suo deficit 2014 del 4%. Peccato che tutti siano tenuti a stare sotto il 3%, e l’Italia ne faccia un impegno inderogabile.

Ma se la Germania cala dello 0,2% non è un pareggio rispetto all’analogo -0,2% dell’Italia. Per noi questo è infatti il dodicesimo su 13 trimestri in calo (17 su 28 dal 2008). Il nostro problema è che siamo sempre 10 punti sotto dall’inizio crisi, e non riusciamo neppure a raggiungere i target programmati (+0,8 quest’anno, ormai impossibile; cara grazia se staremo un filo sopra lo zero). Eravamo patetici quando festeggiavamo a dicembre l’unico segno più (+0,1) della serie recente, e lo saremmo ancor più adesso, tirando fuori la storia del “mezzo gaudio” per il dato tedesco. C’è infatti solo un inesorabile “mal comune”, ma davvero comune, perché i guai degli altri sono anche nostri. Ragione per la quale i guai nostri sono anche degli altri e veniamo minacciati di essere commissariati per questo. Del resto, cosa è che ha rallentato la crescita tedesca? Una certa difficoltà della domanda interna, quella che si rivolge anche a prodotti made in Italy, magari quelli per noi più remunerativi, e una caduta dell’export, che è fatto sì di prodotti tedeschi, ma spesso con contenuto di parti o pezzi che vengono dall’Italia, magari proprio dalla nostra provincia.

Vero è che la Germania dovrà comunque fare l’esame di coscienza che di solito chiede agli altri, perchè l’impressione è che sia finita l’onda lunga delle riforme di inizio secolo del non mai abbastanza lodato Schroder, il cancelliere che perse le elezioni perchè aveva fatto riforme impopolari, quelle che noi aspettiamo dalla fine dell’epoca allegra dei “ristoranti sempre pieni”.

Ma dobbiamo augurarci che il male tedesco sia un raffreddore e non una polmonite, perché se tutti e tre i grandi Paesi dell’euro vanno indietro, tutta l’area ne risente. Esponendo il nostro continente, già senza un ministro degli esteri in questa estate turbolenta, (in attesa non di Kohl o Mitterand, ma della Mogherini...), alla persistente irrilevanza nelle grandi crisi internazionali che ci riguardano direttamente, perchè quel che viene dalla Siria, dalla Libia, dall’Iraq, dall’Ucraina non è solo un grido che interpella le nostre coscienze di uomini liberi, ma incide fortemente su fatti nostri, come l’immigrazione dei rifugiati. E ci espone ai ricatti di Putin che può permettersi di bloccare i 36 miliardi di euro di import tedesco e mettere in crisi settori dinamici del nostro export.

La Germania può dunque combattere anche per noi, nel ritrovare slancio nello sviluppo della sua domanda, avendo la fortuna di poter usare la leva della spesa pubblica, anche eventualmente superando il 3%, cosa che non si capisce perchésia consentita solo alla Francia.

La medicina, per tutti, in questo momento, si chiama infatti investimenti.

Se il vero grande nemico è la deflazione, abbiamo tutti bisogno di una locomotiva. La Merkel può trovare l’energia nel corpo sano del suo Paese. Noi magari nei miliardi che Draghi darà alle imprese via Banche, portando in su l’inflazione. Paradosso dei paradossi: dobbiamo sperare di far ritornare il virus per noi micidiale fino all’avvento dell’euro! Poco, per carità, ma un 2% di inflazione sarebbe ora un buon segnale.

Beppe Facchetti

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